Egli tremava da capo a piedi; una nube gli oscurava la vista.

La stradicciuola scendeva davanti a lui per lieve declivio, coperta da una pergola lunga, una specie di tunnel fronzuto che l'autunno tingeva dei suoi sfarzosi colori di porpora e d'oro.

In fondo, il pergolato si allargava in un chiosco, e le viti s'intrecciavano a rosai bianchi, rossi e gialli, di quelli che durano a fiorire tutto l'autunno. L'esile timo, la maggiorana e le arboscello del ramerino spandevano intorno i dolci aromi. In mezzo al chiosco era una tavola e alcune panche di pietra.

Là sedeva Argìa, il bel corpo abbandonato; soprafatta da una crisi di pianto.

Fausto la guardava e il cuore gli batteva a colpi disordinati, e le gambe, fatte pesanti, gli davano la sensazione d'irradicarsi nel terreno. Ma un leggero movimento della fanciulla lo fece riscuotere; ed egli tornò a muovere verso di lei cedendo ad un nuovo impulso. Non facevano alcun rumore i suoi passi sull'erba molle; eppure Argìa si voltò. Era pallidissima e aveva gli occhi pieni di lagrime.

Egli balbettò:

— Le dò noia?...

— No... no... Le pare?...

E arrossì e tacque.

— Si è sentita male?...