— È giusto. Ma deciderò io se devi vivere... lontana... se è possibile: o se devi morire.
— Sì, Fausto: come tu vorrai.
Erano fuori dell'orto; ma nessuno poteva vederli nella corte quasi altrettanto buia. Cominciava a piovere a grosse goccie. Il vento si rimetteva a soffiare con nuova violenza.
— Ricordati: siamo stati laggiù pei campi, al laghetto... Non abbiamo sentito chiamare....
Le parlava quasi calmo.
Ma a un tratto s'interruppe e non disse più nulla. Ricordando i sogni e le speranze che l'avevano guidato a cercarla qualche ora prima, gli parve, improvvisamente di non amarla più affatto; e che l'interesse, di cui tuttora le dava prova, non fosse che pietà...
III.
Don Paolo non doveva rimettersi più di quell'attacco: ma la catastrofe era giudicata lontana. Passati i primi giorni, lo avevano ricondotto a casa sua, a Pavia; la paralisi si era dichiarata e sarebbe andata progredendo di giorno in giorno, lentamente, ma inevitabilmente fino all'ultima estinzione delle forze. Una fine malinconica, ma senza grandi dolori e confortata da molte illusioni.
Donna Evangelina e l'avvocato Lamberti si erano recati a visitare lo zio; anche il signor Carlo Giudici era accorso al letto del fratello, dimenticando i vecchi rancori, forse sperando in un repentino mutamento nelle intenzioni dell'infermo. Son casi che accadono. Più di una volta un testamento si trasforma completamente negli ultimi giorni di vita e l'erede principale diventa l'ultimo. I moribondi hanno strani capricci.
Il signor Carlo doveva certo averne fatte di queste saggie considerazioni partendo da Milano. Ma giunto a Pavia trovò donna Evangelina installata al letto dell'infermo, e s'arrabbiò tanto che ripartì subito. Non c'era mezzo di snidarli «quegli usurpatori.» Egli si sfogava a chiamarli così, senza vedere il sorriso fine di donna Evangelina che aveva l'aria di non accorgersi di nulla, gentilissima e affettuosa con lui come col canonico.