Ma dopo una quindicina di giorni anche donna Evangelina se ne ritornò a Mantova col marito, poichè don Paolo poteva durare anche un anno, secondo l'opinione del professor Pisani e di tutti i medici.

Quanto all'eredità, ella non aveva alcun dubbio. Suo zio Paolo non poteva deluderla; ma zio Carlo aveva torto di andare in collera con lei: lei non faceva proprio nulla per influenzare il canonico. Era una simpatia, così; quasi una idea fissa del vecchio poeta. Del resto, dacchè il suo Fausto doveva sposare Argìa, ella era diventata tanto indifferente a tutto, che non si sarebbe accasciata per nulla anche se don Paolo avesse cambiato il testamento.

Intanto però il Pisani aveva approfittato della presenza dei genitori di Fausto per stipulare definitivamente le condizioni del matrimonio; il quale era stato fissato al prossimo carnevale, o alla Pasqua, secondo lo stato in cui si sarebbe trovato don Paolo.

Altri quindici giorni erano trascorsi così senza alcun avvenimento importante.

Don Paolo, affidato alle cure della sua governante, del nipote Vittorio, e del pronipote Fausto, e sopratutto del professor Pisani, tirava innanzi come un condannato a morte che aspetta la grazia.

I due giovani gli dedicavano tutto il tempo di cui potevano disporre. Di solito, essi studiavano e scrivevano nella vasta camera dell'infermo.

Vittorio recava con sè il suo umore gaio, esilarante; Fausto nascondeva sotto a una dolce malinconia e una profonda tenerezza, il cordoglio che lo struggeva.

Così diversi d'indole, essi si amavano fin dall'infanzia e si accordavano perfettamente.

Nessun rancore dalla parte di Vittorio: nessun sospetto nel cuore di Fausto.

Giovani, nel vero significato della parola; il cervello pieno di sogni e di speranze sublimi, erano rimasti estranei alle lotte d'interessi che mettevano tanta freddezza tra le loro rispettive famiglie; non avevano mai provate le ansie del denaro, gli acuti morsi di desiderii non potuti soddisfare; le fiere smanie del godere e del comparire.