Creature privilegiate.

In fondo Vittorio poteva stare sicuro che, se Fausto era ricco, a lui non sarebbe mancato mai nulla; e d'altra parte Fausto poteva credere fermamente che, se tutte le sue ricchezze fossero sfumate, Vittorio avrebbe diviso con lui anche il frutto del proprio lavoro.

Vittorio aveva ereditato per atavismo il carattere e la mente di don Paolo; gli rassomigliava in tutto, meno la bellezza. Era poeta come lui, epicureo geniale, amabilmente scettico e inconsciamente filosofo. Si sentiva disposto alla conquista del mondo; ma se mai tale conquista gli fosse fallita, era certo di trovare qualche consolazione a tale sventura in sè stesso.... od in altri.

Se fosse stato bello avrebbe dato tutto il suo cuore a una donna... o alle donne, poichè pure questo dipende dal caso. Essendo zoppo e sapendosi poco adatto al gusto delle femmine in generale, avrebbe voluto sfuggirle. Ma non ci riesciva: la vita gli appariva troppo stupida senza il loro sorriso.

Si sarebbe accontentato di essere il loro amico, il loro confidente, e fantasticava una di quelle intellettuali amicizie che, talvolta, legano due cuori meglio dell'amore.

Anche quel giorno Vittorio fantasticava, mentre don Paolo dormiva nel suo bel letto di noce intagliato, sotto al padiglione di raso celeste, e mentre Fausto scriveva.

I suoi pensieri fluttuavano davanti al codice aperto e abbandonato sopra un piccolo tavolino che gli serviva di provvisoria scrivania nella camera dell'infermo.

Certo non pensava al codice. I suoi occhi spaziavano nell'azzurro immaginario, straniero affatto al cielo nebbioso dell'autunno pavese.

L'azzurro era per lui nella casa dirimpetto, dove Amelia Pisani accostava di tratto in tratto il visino alla invetriata di un balcone del primo piano, spiaccicando spietatamente la punta del suo nasino per fare dei segni bizzarri, delle smorfiette satiriche.

Di tratto in tratto Vittorio le sorrideva, o la minacciava furiosamente col gesto; poi faceva mostra di rimettersi a studiare; ma l'istante appresso tornava a distrarsi.