All'altra estremità della camera — una camera immensa, riscaldata dal calorifero che dalla cantina diramava le sue arterie per tutta la casa, e rallegrata dalla fiamma del caminetto — Fausto scriveva curvo sul suo tavolino.
Aveva da fare un resoconto di clinica.
Il tavolino sul quale scriveva era nel vano di una finestra che dava sulla corte. Egli sedeva dunque voltando le spalle a Vittorio, alla finestra di strada e alla casa dei Pisani. S'era messo così per concentrarsi di più. Voleva assorbire tutto il suo spirito nel lavoro; dominare l'affannosa inquietudine, nasconderla alla chiaroveggenza di Vittorio.
Non aveva preso ancora nessuna risoluzione; o meglio, ne prendeva una tutti i giorni; ma tutte cadevano sotto la riflessione.
Una sola persisteva a ripresentarsi: la più disperata.
Per essere libero, per non sottostare a veruna influenza esteriore, per avere tutto l'agio di fare quello che avrebbe risoluto, egli doveva innanzi tutto custodire gelosamente il terribile segreto: nascondere a tutti gli occhi ciò che avveniva nell'animo suo.
E di questo essenzialmente egli si preoccupava, sebbene gli costasse uno sforzo supremo quella continua finzione. La sua salute languiva sotto a quel peso: la sua intelligenza, già così lucida, aveva momenti di tenebre.
E se a forza di torturarsi riesciva a dissimulare il dolore che lo straziava, non era in potere suo nascondere le occhiaie livide, le guancie pallide e l'evidente stanchezza di tutta la persona.
Fino a un certo grado tali segni di malessere si potevano attribuire alle notti insonni ed alla grande inquietudine che doveva cagionargli lo stato di don Paolo.
Ma egli inorridiva di sè notando la crescente indifferenza con cui assisteva il povero vecchio, e quella sostituzione di causa gli ripugnava.