Il suo intelletto subiva, come i suoi sensi, una irresistibile attrazione.

Invano l'avevano educato con le massime tradizionali e i pregiudizi di una famiglia severa, nella quale l'elemento aristocratico e l'elemento borghese si fondevano mirabilmente per formare uno dei più saldi puntelli della vecchia società. Invano egli aveva portato seco, nel nascere, la sua parte di eredità atavista nei nervi e nel sangue: invano aveva assorbite fin dall'infanzia le idee preconcette della provincia e della famiglia. Troppa luce di scienza era entrata nel suo spirito; troppe nuove idee vi si erano maturate.

E in forza di queste nuove idee, egli la scusava quella colpevole: il giudice diventava difensore. E a marcio dispetto del proprio istinto di borghese, il giovine studente, già quasi medico, l'entusiasta adoratore della scienza, sentiva che Argìa aveva ragione di non potersi convincere che il fallo commesso la rendesse degna di un castigo terribile, nè del disonore, nè di un perdono umiliante: ragione, di ribellarsi alla confessione particolareggiata ch'egli voleva da lei. I pensieri che germogliavano, per semplice intuizione, in quella povera anima martoriata, erano giusti; e nulla avevano in sè di perverso. Erano pensieri e sentimenti derivanti dai principii scientifici e liberali ch'egli stesso aveva abbracciati con entusiasmo, allorchè non poteva dubitare di trovarsi in lotta con essi: ignaro dell'enorme differenza che passa tra il pensare da filosofo e da scienziato, e l'operare da semplice uomo nelle vicissitudini della vita.

Fausto non era un debole, nè un retore, nè uno di quegli uomini condannati a rimanere in perpetua oscillazione tra una fede e l'altra, tra due opinioni disparate. Egli era forte, entusiasta, e la sua evoluzione si doveva compiere immancabilmente in un senso o nell'altro.

Ma egli si trovava per la prima volta nell'attanagliante vicenda. E le antiche massime succhiate col latte, e i pregiudizi necessariamente assorbiti, e l'istinto autocratico di maschio, fortificato dalla millenaria abitudine delle fibre e dei muscoli, tenevano forte in questo giovine rampollo della vecchia società, e non potevano mutarsi senza uno schianto di tutto l'essere.

La gelosia poi irritava il suo orgoglio, nel medesimo tempo che eccitava i suoi sensi; e cercando ausiliari da per tutto, li trovava appunto nei vigorosi istinti, nelle abitudini ereditarie; e con essi lo spingeva alla reazione, suscitandogli in cuore un oscuro bisogno di vendetta; facendo sorgere, nella sua mente scomposta, insensati pensieri di punizione.

Un combattimento mortale questo, titanico; nel quale la volontà impotente si abbandonava volta a volta al soffio più gagliardo: una lotta capace di sorgere così violenta soltanto in una organizzazione eccezionale.

Perdonarle, sposarla, la sua povera Argìa; accettare siccome proprio il figliuolo di cui ignorava il padre: o meglio, fuggire con lei, vivere accanto a lei, nell'appagamento della passione consumatrice che non poteva divellere dal proprio cuore: ma andare lontano assai, in un paese sconosciuto, in una terra vergine, dove nessuno gli avrebbe chiesto lo stato di famiglia e le fedi di nascita, queste catene del mondo civile!

Tale, il voto affannoso del cuore innamorato, la richiesta imperiosa della carne.

Ma l'orgoglio non lo concedeva; ma tutte le altre potenze dell'essere si ribellavano gridando che sarebbe stata la più codarda viltà.