Fausto restò alcuni momenti con gli occhi fissi su quei caratterini minuti; poi ripiegò il foglio e se lo cacciò nel petto.

Era disperato, sopratutto perchè Argìa aveva ragione: non era donna per lui: non la dolce e ingenua compagna che egli aveva sognata. Questa convinzione che avrebbe dovuto guarirlo, lo esasperava.

Invano si ammoniva a dimenticarla. Invano si diceva che avrebbe dovuto aiutarla a partire, aiutarla a vivere lontana, per quell'affetto amichevole preesistente all'amore, che nulla poteva cancellare; e non pensarci più.

Perchè non se ne sarebbe consolato? Aveva la famiglia, la scienza, una giovinezza ricca di entusiasmi. Per distrarsi poteva ricorrere al mezzo più efficace: viaggiare. I denari non gli mancavano. Se non aveva più voglia di studiare poteva smettere. E nel mondo lontano avrebbe forse incontrata un'altra fanciulla, candida e serena, con la quale ricominciare il dolce romanzo, senza rancori, senza vergogne.

Eppure questo non gli giovava.

Con sorda collera, cui si mesceva una specie di terrore, egli doveva riconoscere che la sua passione era ingigantita dopo l'orribile scoperta. E quanto più si affannava a combatterla, tanto più cresceva. Non poteva sottrarsi a quel fascino: un fascino acre e penetrante, che si attaccava ai sensi e allo spirito.

I suoi desiderii d'innamorato si irritavano presso a quella falsa vergine che conosceva le segrete voluttà dell'amore. E l'istinto dominatore del maschio — fortissimo in lui — si esasperava di fronte a quella inconscia ribelle.

E quel mistero che non gli era dato squarciare; quell'uomo ignoto, sempre presente al pensiero — fantasma inafferrabile di un eterno incubo — dava un senso di vertigine, un carattere di ossessione alle voluttuose visioni che lo perseguitavano.

In mezzo a queste battaglie dei sensi, egli chiamava a soccorso il suo forte intelletto, la saldezza vigorosa dell'animo suo.

Ma l'aiuto sperato mancava.