— Efflorescenze, caldane!... Io darei vent'anni di vecchiaia felice per un solo mese delle vostre grandi infelicità!

— Ah! don Paolo — esclamò la governante — Si vede bene che lei è stato un uomo fortunato. Io ho quarant'anni; ma preferirei averne tutto di un colpo sessanta, piuttosto che tornare indietro ai miei venti.

Il prete la guardò stupito; poi, volgendo ai giovani una delle sue occhiate maliziose di vecchio impenitente, mormorò a mezza voce:

— Povera figliuola, capisco!

Ma i giovani non sorrisero. La sola Amelia strinse il bocchino, poi tornò a insistere sui conigli. Non che lei fosse curiosa di quelle vecchie storie; ma le piaceva di far dispetto ai due fidanzati che indovinava impazienti. Don Paolo cominciò:

— Avrò avuto circa otto anni; mio fratello cinque o sei. Avevamo un precettore, certo don Bortolo, un buon diavolo di pretonzolo ignorante, assai bell'uomo se ben ricordo, robustissimo: nato certo per tutt'altra professione. Più che maestro, don Bortolo era un compagno dei nostri giuochi; meglio che in biblioteca si passava il tempo in corte o in giardino; fra noi tre, e due conigli che un amico del babbo ci aveva regalati, ci si divertiva un mondo. Più d'una volta don Bortolo era sgridato per colpa nostra. In compenso noi lo si amava quasi quanto Nino e Bianchetto, i due bei conigli. Bianchetto era candido e portava al collo un nastrino celeste che mi aveva regalato la mamma: Nino aveva le orecchiette nere e portava un nastro rosso. Il nostro primo pensiero la mattina appena alzati, era di correre in corte a trovare i conigli che ci venivano incontro come due cagnolini.

«Una mattina — credete, mi pare adesso — la mamma disse che non si doveva andare in corte, che faceva freddo. Allora io domandai che Nino e Bianchetto fossero portati in cucina. La mamma si allontanò senza rispondere, e la cuoca si mise a ridere sgangheratamente. — Andiamo a dirlo a don Bortolo — mormorò Carlo che è sempre stato più furbo di me. Tutti e due ci avviammo alla camera del precettore che era quella dove dorme Vittorio. Eravamo certi che Bortolo avrebbe trovato il modo di accontentarci. Ma si era appena salite le due prime scale, allorchè i nostri occhi stupiti, enormemente spalancati, rimasero in contemplazione di una cosa orrenda, incredibile, che ci appariva sulla terrazza al di là del finestrone. Erano — o almeno parevano — i corpi di Nino e Bianchetto appesi per le zampine alla corda del bucato. Le testine piatte penzolavano nel vuoto, con le orecchiette floscie.

«Carlino cacciò un urlo, io sentii come un rivoltolone nelle mie viscere; mi parve di cadere, vacillai; poi ad un tratto, preso da un impeto che centuplicava le mie forze, traversai l'andito in due salti e mi trovai sulla terrazza. Carlino che si era attaccato ai miei abiti, inciampò, cadde e si rialzò senza lamentarsi, ammutolito nel terrore.

«Non vi so dire, sebbene io lo senta ancora, quello che provai quando vidi le due pelli dalla parte interna, con le tracce del sangue rappreso, la testina vuota, le zampette sparate; mi si oscurò la vista, sentii un gran freddo nella schiena, e rimasi intontito. Ma nel mio cervello era un subbuglio di idee confuse. Nino e Bianchetto ridotti in quello stato... Perchè? Come?...

«Li avevano ammazzati.... come la cuoca faceva coi polli... Per questo rideva la cuoca!... Erano morti... Non li avrei riveduti mai più... Mai più avrebbero giuocato con noi... mai più... mai più!... E il terribile enigma della morte in cui il mio pensiero infantile non si poteva fissare, paralizzava il mio spirito inconscio con le sue truci immagini. Le impressioni sono in noi e la loro intensità è raramente subordinata all'importanza della causa. Per me fanciullo, quella fu una impressione di prima forza, ed ebbe influenza su tutta la mia vita. La sento ancora. Quando ho visto morire mio padre, quella prima immagine tragica si riaffacciò alla mia memoria; capii che fino da quel momento avevo avuto la percezione dell'immane tragedia, che sempre ci sta sopra e a cui nessuno sfugge.