— Nervi delicati, sensibilità squisita e precoce: malattia di famiglia — osservò Fausto con un sorriso.
— E chi aveva ammazzato Nino e Bianchetto? Quell'ipocrita di don Bortolo, scommetto!
— Proprio lui. Irritato perchè gli mangiavano certi legumi ch'egli aveva piantato in un angolo del giardino! Quando noi lo si seppe, fu uno scoppio di collera e di indignazione. Lui, don Bortolo?! Uno che diceva di volerci bene, che giuocava con noi, che faceva le carezze alle due bestiole come le faceva a noi!... Le nostre anime candide non potevano concepire tanta crudeltà. E con la fiera logica infantile, ci si diceva che don Bortolo avrebbe potuto ammazzarci noi pure. Appena lo vedevo, fuggivo trascinandomi dietro Carlino, pazzo di terrore e di odio. Naturalmente egli dovette andarsene dalla nostra casa. Mi ricordo che piangeva, e mi fece un certo senso. Ma quando si accostò per baciarmi, voltai la faccia. L'orrore che egli m'ispirava soverchiava ogni altro sentimento.
Il narratore si arrestò improvvisamente: era stanchissimo e la sua voce aveva un suono così fioco e debole che appena si sentiva.
Dopo alcuni istanti riprese:
— Ho parlato troppo, ragazzi, non voglio farmi sgridare dalla «Facoltà» che mi troverà spossato!... Perciò andatevene; approfittate della mia discrezione. Io tornerò a letto.
— Noi accompagneremo le signorine in casa Donati, poi verremo a pranzo; vero Luisa che abbiamo il tempo?
— Ricordatevi del povero vecchio; è un'opera di carità visitare gli infermi.
Le ragazze protestarono gentilmente: era un piacere per loro...
Poi gli strinsero la mano e chinarono le giovani teste, che egli benedisse col suo gesto famigliare e paterno.