— Un amore come il mio non dimentica nulla. Tu mi hai ben compreso.

— Quello che io non comprendo — riprese Argìa con la voce velata dalla commozione — quello che non so spiegarmi è che tu voglia protrarre questo stato d'incertezza, questa commedia inutile. Perchè non ti stacchi da me? Perchè non mi abbandoni al destino mio?

— Perchè non posso. Non capisci? Non posso. Ti amo più che mai; e tu sei persa per me! persa irreparabilmente. Non posso rassegnarmi a questa perdita. Come vedi è una cosa semplicissima. Non posso amare la vita senza di te, e nemmeno sopportarla. Per questo ho risoluto di morire. Non è un sacrificio che ti faccio: è piuttosto una grazia che ti domando: lasciami morire con te.

— Oh! Fausto! tu vuoi morire!

— Sì. Senti: se potessi vivere senza di te, se potessi dimenticarti, ti abbandonerei, come dici tu, al tuo destino; poichè, in fondo, ti odio! Ma l'amore unito all'odio diventa più forte, più tenace.

«Non sapevi questo eh,?... Neppure io! Adesso lo so. Ti odio perchè sei stata di un altro e perchè non sei quella che io credevo: non sei la mia fanciulla. Dopo l'ultima lettera che mi hai scritto ho capito anche meglio quanto ti amo e quanto ti odio. Io, con te, sarei sempre infelice; anche se per una grazia impossibile della sorte potessi dimenticare il maledetto fatto. Anche se potessi cancellarlo: fare che non sia successo. Sarei infelice perchè tu hai pensieri, sentimenti, istinti, che mi ripugnano in una donna; che stimo contrari alla felicità famigliare, quale io l'ho sognata. Sei giovine e non ti conosci abbastanza. Ma io ti ho compresa meglio, io so come saresti e cosa penseresti da qui a dieci anni. Tutta contraria a me saresti: mi giudicheresti con la tua intelligenza e mi troveresti illogico, poco generoso. Cesseresti di amarmi, ne sono certo. Per questo voglio che tu muoia con me, adesso che mi ami.»

— Ah! dunque non sei più tu che vuoi morire con me; bensì io che devo morire con te? È strano!

— È strano apparentemente soltanto. È logico se pensi che io morirei in tutte le maniere. È una cosa così: una cosa irrimediabile. Dacchè ti ho penetrata, dacchè ti condanno, tu mi affascini, come non mi avevi mai affascinato; e sento di amarti come non t'avevo amata mai, neppure in sogno.

Egli parlava a voce bassa, con una intonazione dolce e molle come se avesse dette le cose più semplici e naturali. Una blanda esaltazione s'era impadronita del suo pensiero. E Argìa si lasciava penetrare a poco a poco, e si lasciava vincere da quella sottile ebbrezza. La testa appoggiata sulla spalla di lui, le palme abbandonate, essa lo ascoltava chetamente. Quella voce soave la cullava; quelle parole appassionate la trasportavano fuori del mondo.

Dopo un silenzio che durò alcuni istanti, Fausto riprese: