Nell'ospizio Trivulzio, Sandro Fantini aveva, oltre che la moglie, un amico intimo, un correligionario dal quale era amato e venerato come un profeta, e sebbene costui non fosse altro che un povero vecchio marionettista, battezzato col nomignolo di «Gerolamo» perchè aveva sempre fatto parlare la maschera di questo nome, il garibaldino lo teneva in gran conto.
Erano sempre insieme e esercitavano una certa autorità nel gruppo dei loro amici e aderenti.
«Gerolamo» però era molto più allegro, molto più amabile e non disdegnava di interrompere le dispute filosofiche per divertire la brigata.
In quelle serate tiepide, i vecchioni si mettevano spesso a sedere in semicerchio, le donne nel centro, gli uomini dalle parti, e chiamavano «Gerolamo» perchè li facesse un po' stare allegri.
Se «Gerolamo» tardava, si mettevano a batter le mani e a pestare i piedi come qualunque pubblico civile.
Allora il bravo piemontese, che era ancora un uomo robusto con un faccione rosso e le spalle larghe, si lasciava condurre sotto all'albero più alto e centrale — il suo palcoscenico — e cominciava la recita.
Senonchè invecchiando «Gerolamo» era diventato sentimentale — strana metamorfosi — e invece delle farse nelle quali la sua maschera nazionale aveva avuto tanto successo sulle fiere e nei teatrini per fanciulli, egli si ostinava a recitare squarci lirici della Francesca da Rimini, e di altre tragedie del tempo romantico.
Forse anche lui aveva passata la vita facendo un mestiere che non era di suo genio, applaudito in un arte che disprezzava: condannato a far parlare le marionette divertendo i ragazzi e il popolo, mentre si sentiva capace di recitare come un Modena, commovendo fino alle lagrime le persone più intelligenti. Ora se ne vendicava come poteva.
Disgraziatamente, il suo uditorio composto di mezzi sordi e di sordi affatto, gustava poco la lirica, e contentandosi di afferrare la mimica del declamatore, rideva e si divertiva come se avesse dette le cose più buffe.
Ad ogni fine di atto «Gerolamo» gridava al macchinista immaginario: «Giù la tela» e a questo segnale le donne, sempre espansive, sempre giovani per chi sa divertirle, applaudivano a tutto spiano.