Alla fine però nessuno poteva trattenerle dal gridare insieme agli uomini:

— La farsa! «Gerolamo», vogliamo la farsa!

— Peccato che sono sordi e che non intendono i versi! — diceva il marionettista all'amico suo più intimo nei momenti di suprema confidenza. — Quanto al talento dell'artista lo sanno apprezzare meglio di tanti!...

— Hanno voglia di ridere — rispondeva l'amico sottolineando la frase con sottile ironia.

Finita la rappresentazione, mentre la maggioranza dei vecchi in buona salute recitava il rosario, o l'ufficio dei morti, se vi era un morto nel deposito; i due amici passeggiavano insieme o sedevano l'uno accanto all'altro, discorrendo delle cose passate, dei rancori passati, non dimenticati mai.

Il caustico Alessandro parlava quasi sempre lui; e rinvangando le ingiustizie, le vigliaccherie, ritornava con accanimento sui fatti più dolorosi della sua dolorosa esistenza.

Egli stesso non sapeva dire come fosse vissuto negli ultimi anni prima di entrare nell'ospizio.

Dopo la morte del suo figliuolo, caduto in uno degli ultimi scontri del quarantanove, aveva cercato di andare in Piemonte, ma non gli era mai riescito. Aveva passati vent'anni, non sapeva come; sicuro soltanto che erano stati anni di angoscie e di tormento, di fame e di malattie. Tre volte era stato all'ospedale, una volta in punto di morte — e se non si confessava non gli davano da mangiare, e lui aveva detto al prete: «Sa, mi confesso per questo, ma io non credo niente!»

— Quattro volte in prigione, senza che si potesse capire perchè!....

Poi era venuto finalmente il gran giorno, il giorno della redenzione, e lui era partito un'altra volta coi volontari, e la sua gioia era stata così grande che per poco non diventava spiritualista — sì, perchè gli pareva impossibile, ovvero gli faceva troppo male a pensare che il suo povero figliuolo, morto per la patria, a diciott'anni, un amore di figliuolo, non dovesse saper nulla, non dovesse goder nulla di quel trionfo, di quella gioia suprema!...