La folla più densa, mista e screziata, la trovai al Verziere, ai mercati di piazza Santo Stefano, dove, in uno spazio relativamente piccolo, erano esposti i pollami in quantità strabocchevole, le selvaggine, il pesce, le verdure primaticcie, gli agrumi.

I rivenditori gridavano la loro merce, invitavano i passanti a comprare, insistendo, bisticciandosi, lanciando epiteti.

E sempre aumentava il frastuono. Pareva che la ressa non dovesse cessar mai. Frotte di compratori andavano via carichi; a vederli si sarebbe detto che botteghe e mercati fossero vuoti finalmente; invece, erano sempre pieni, e nuovi compratori arrivavano, più pressati, più insistenti.

I gridatori, esausti, non avevano più voce, e gridavano disperatamente con la voce strozzata.

Sulle cantonate, un uomo ritto in piedi, con la sua merce in spalla, gesticolando, dimenandosi, lanciava sempre, a regolari intervalli, il medesimo grido:

— L'unico regalo per fanciulli, signori!... l'unico regalo! Costa due soldi!...

E agli occhi ammirati dei fanciulli appariva un orologio minuscolo, le cui lancette si movevano.

Altri uomini misteriosi offrivano altri prodigi a un buon mercato veramente straordinario: il topo meccanico, il fattorino, la portatrice di pane....

Il sole tramontava, lontano, dietro alle nuvole dense; il freddo diveniva più acuto.

Tornavo a casa, la testa intronata dal rumore, sbalordito per le mille immagini diverse, entrate nel mio cervello, traverso ai miei occhi.