Ma Claudina scrollò il capo e rispose:

— No, cara! Bisogna maritarsi in qualunque modo. Le maritate almeno, nel peggior caso, quando non hanno altri compensi, sono compiante: le ragazze che invecchiano nella soggezione, fantasticando e desiderando, non sono che ridicole nella nostra società!...

— È vero!... È vero!... mormorarono le amiche, mentre si abbracciavano, sospirando sommessamente.

IL PRIMO INCONTRO COL MOSTRO.

La mamma aveva spento il lume da una mezz'ora con la solita intimazione:

— E ora, basta ciarlare! — fatta a me e a Lina.

Lina si era subito voltata dall'altra parte; io non riescivo a pigliar sonno. Nella camera buia, i miei occhi spalancati guardavano l'oscurità e vedevano un mondo d'immagini e di fantasmi. Marino era stato con noi tutta la sera e la mamma gli aveva dato a leggere la lettera del babbo che acconsentiva alla sua domanda e fissava il nostro matrimonio per quest'autunno, quando lui sarebbe tornato a Milano. Era stata una serata allegra per tutti. Lina aveva suonato benissimo il suo Beethowen e Marino aveva cantato la romanza del Trovatore.

La mamma, che non rideva quasi mai dacchè il babbo aveva dovuto allontanarsi dalla casa, si era messa di buon umore all'idea del vicino ritorno di lui, e della mia felicità assicurata. Io sola ero come oppressa dalla mia gioia: sentivo il bisogno di raccogliermi e di assaporare tutta la dolcezza di quel momento. Mi pareva che quello fosse il punto più luminoso, più alto della felicità mia; oltre il quale non si poteva salire, perchè la via s'allargava in un vasto piano inondato di sole, sparso d'alberi e di fiori, e tanto vasto che io non potevo vederne la fine, e mi faceva provare un senso di sacro terrore. Amavo Marino da quasi due anni, e ne avevo diciotto: vale a dire che mi pareva di averlo amato sempre.

Da principio il babbo si era opposto, perchè Marino aveva solo tre anni più di me, e a lui parevano pochini. Ma poi, vedendolo così buono e costante e studioso, si era lasciato convincere. Io non avevo mai dubitato che questo dovesse avvenire; eppure, dacchè il mio sogno prendeva forma di cosa vera, mi pareva inaspettato, insperato: meno vero di prima. Ripensavo al passato così vicino, vivevo come in riepilogo le ore d'incertezza e di scoramento vissute lentamente: mi pareva che la mia felicità fosse stata sospesa ad un filo e soffrivo con l'immaginazione tutto il male che avrei sofferto, se quel filo si fosse rotto, se Marino non si fosse messo a posto così presto e bene: se il babbo avesse continuato a credere che non era un marito per me. Che cosa avrei fatto?... Che ne sarebbe stato della mia vita?

Con questi pensieri continuavo a voltarmi e rivoltarmi nel letto, mentre Lina dormiva profondamente. Mi ero appena un po' quietata, allorchè una grande scampanellata mi fece balzare in aria, con un grido disperato che non potei frenare. Anche Lina si svegliò subito. Ma la mamma che forse non aveva dormito, al pari di me, ci disse dalla sua camera, di star tranquille, che probabilmente era uno sbaglio. Intanto però, a buon conto, ella scese dal letto ed accese il lume. Il campanello tornò ad agitarsi e mandò uno squillo recisamente imperioso. Mi sentii gelare. Lina si strinse al mio braccio. La mamma si era fatta all'uscio di casa, e, prima di aprire voleva sapere chi era, e cosa volevano a quell'ora.