Rimanemmo alcuni istanti così, guardandoci irrigidite, scrutandoci nel fondo dell'anima.
Eravamo sole nello scompartimento.
A poso a poco la mamma si rianimò, parlandomi di suo marito in un modo affatto nuovo per me, come avrebbe fatto con un'amica.
Lo aveva amato, lo amava ancora tanto, tanto, di un amore rinchiuso, forte. S'era sposata giovanissima, prima di avere provata la più piccola simpatia di fanciulla: un matrimonio combinato dai parenti. Ma vivendo con lui, imparò a conoscerlo, ad apprezzarlo, e lo amò; meglio: se ne innamorò pazzamente. Non avrebbe voluto separarsi da lui un solo istante. Quando pensava alla morte s'augurava sempre di morire prima lei, per non provare il dolore di perderlo; e lui la rimproverava dolcemente di essere troppo egoista. Avanzando negli anni e avendo me già grande, ella aveva cercato di dare al suo affetto una forma più calma e severa, per rispetto al suo carattere di madre; per questo aveva condisceso alla partenza di lui, a quel tentativo di migliorare le condizioni della famiglia: aveva considerato questa cosa quale un dovere verso di noi figliuole; ma quanto a lei sarebbe morta piuttosto....
Albeggiava. Le ombre sparivano. Il treno usciva trionfante dalle tenebre della notte e correva allegramente nella luce argentina.
Io mi sentivo rinascere.
Lina si svegliò: ci guardò: guardò il sole; e sorrise.
— Il babbo sta meglio, eh? — domandò ingenuamente.
— Speriamo! — sospirò la mamma.
La speranza era in noi.