La Cristina abitava appunto in cima alla scaletta in una soffitta ridotta a tana per bestie umane.

Essa era come la casa, una decadenza. Un poeta avrebbe potuto fantasticare che erano nate insieme e che insieme deperivano.

Sulla scaletta il tanfo generale mutava carattere.

E se qualcuno ne chiedeva l'origine, le vicine in coro gridavano:

— I gatti della Cristina.... quella vecchiaccia!...

L'avrò sentita a nominare così venti volte prima di averla veduta.

Non era facile vederla; aveva qualcosa di misterioso. Usciva all'alba per recarsi alla prima messa in San Pietro in Gessate, poi si rinchiudeva nella sua soffitta; altre volte stava fuori tutto il giorno: andava a lavorare — così dicevano — da sarta da uomo in certe case lontane — nessuno sapeva precisamente dove.

Lei proteggeva tutti i gatti in genere, specialmente gli abbandonati; ma due erano i suoi prediletti; uno rosso ed uno nero, grassi, lucidi, insolenti.

Non è a dire quante volte i vicini stanchi, attentassero alla vita di quelle due bestie, col bastone, col laccio e col veleno. Ma avevano finito col crederli invulnerabili, talmente i due furbi sfuggivano a tutti i tranelli. E dopo ogni attentato la Cristina appariva più tragica, più minacciosa.

Un inverno, alcuni anni or sono, essa rimase due giorni e due notti senza rincasare.