Allorchè pose il piede sull'ultimo brano della scaletta a chiocciola, e vide la sua camera aperta e la gente curiosa che la guardava, cominciò a tremare, e sulle sue guancie del color della cera apparve un lieve rossore, e nei suoi grandi occhi vuoti si accese un pallido lampo.

— Chi è stato?... — mormorò — Perchè?... Ma un singhiozzo le troncò la parola.

Tornò a chinare la testa — una testa ossuta da uccellaccio spennacchiato — che aveva drizzata un istante, e ricominciò e salire lenta e curva, con evidente fatica.

Come sempre, i due gatti camminavano alle sue calcagna, misurando il passo su quello di lei, fermandosi quand'essa si fermava per pigliar fiato.

Le guardie la interrogarono.

Era stata a lavorare in casa tale, via tale, e perchè pioveva e perchè lei non si sentiva bene, l'avevano trattenuta a dormire.

Le guardie se ne andarono.

Rimasta sola la Cristina si levò il velo e lo scialle, aprì un cartoccio che aveva portato seco, ne trasse un pezzo d'interiora che tagliò in minuzzoli, mentre i due gatti le facevano festa intorno. Poi sedette sul letto con un'aria di sfinimento e stette a guardare le sue bestie che mangiavano ingordamente.

Di tratto in tratto, un lungo tremito la faceva riscuotere e nei suoi occhi morti brillava una lagrima che inavvertita scendeva sulle scarne guancie.

***