Fame e freddo, queste due sensazioni sempre più acute in lei, si confondevano coi ricordi e assorbivano a poco a poco tutte le sue facoltà.

La nebbia pesava sulla città come una coltre mortuaria.

Matilde camminava a scatti, sospinta dai brividi.

Arrivata alla porta dell'impresario trovò la sua lettera respinta, con l'ordine espresso di non portarne altre.

Già dall'amica non aveva trovato nulla e da sua sorella, un biglietto scritto col lapis e venti centesimi: tutto il denaro che si trovava in casa in quel momento. L'impresario le dava il colpo di grazia. Un colpo tanto forte che Matilde non potè sostenerlo. Spezzata in tutte le membra, con le ginocchia che le si piegavano, si lasciò cadere e si rannicchiò tutta ridosso al muro. Non ne poteva più.

Le lagrime l'acciecavano, la febbre la faceva sussultare. Così finiva, disprezzata, rejetta. E i suoi figliuoli non sapevano ch'ella moriva come un cane, in fondo a una strada. Chi sa cosa facevano in quel momento?

Le pareva di vederli piangenti, maltrattati.... Oh! la tetra visione!

Un branco di giovinotti, usciti da una vicina osteria videro quella figura di donna accovacciata nell'ombra, e s'avanzarono verso di lei per curiosità.

— È briaca fradicia! — esclamò uno.

— È brutta come il peccato! — ribattè un altro. E si allontanarono sghignazzando.