Le giovinette sue alunne uscivano tutte per entrare nel mondo, e lei partiva per andare a Napoli, a dirigere la scuola normale.

Le sue compagne la invidiavano. La Margheritina, una brunetta adorabile, che insegnava calligrafia, e aveva in consegna il primo corso, quello delle piccine, diceva arrovesciando leggermente il labbro inferiore: — Eh! lei va a far fortuna! Entra nel mondo come le signorine!

Finalmente anche quel giorno venne a sera; e poi spuntò il giorno ultimo, quello degli addii. Il collegio fu pieno di singhiozzi e di frasi appassionate. Le amiche intime, le indivisibili, forzate alla separazione, si abbracciavano disperatamente. Si serravano petto contro petto, piangendo come Maddalene, mandando gridi strazianti di dolore passeggiero, trovando un piacere nuovo, inebbriante, in quella forte scossa dei nervi.

Anche a lei, alla maestra che se ne andava, toccò la sua porzione di carezze rumorose, di lagrime senza conseguenze. Alcune si lagnarono ch'era fredda e che non rispondeva con espansione ai loro trasporti.

Dopo partite le grandi, gli altri cinque corsi uscirono tutti insieme con le loro maestre e presero posto in tre grandi omnibus, per andare alla stazione e di là col vapore alla Spezia, a fare i bagni di mare.

L'ultimo grido argentino morì sulla soglia dell'antico palazzo, e gli omnibus partirono allegramente.

Ernestina Maggi rimase sola, con la famiglia del portiere e il domestico incaricato di custodire gli appartamenti. Sola sul limitare di un altro periodo scuro della sua vita malinconica. Domani sarebbe partita anche lei; partita alla volta di una nuova scuola, dove altre alunne l'aspettavano, mutabili e obliose come quelle che lasciava.

Avendo dinanzi a sè alcune ore di libertà, ne approfittò per recarsi da una sua parente, presso la quale rimase a pranzo.

Quando ritornò, era già notte. La portinaia le rimise un biglietto scritto col lapis che una delle maestre le aveva mandato dalla stazione. Ernestina lo aprì lentamente; era della Margherita, la maestrina del primo corso, e conteneva una preghiera vivissima per alcuni pizzi dimenticati in fondo a un cassetto, in uno dei dormitorii: ne facesse un pacco postale e glielo mandasse alla Spezia. Poi, con indifferenza, come se la cosa le premesse meno, le diceva di mandarle anche una scatola di fiori fatti seccare nella bambagia, che aveva lasciati nel banco di scuola. Ernestina sorrise, si fece dare un lume, salì, si levò il velo, e cominciò a girare gli appartamenti per vedere se non ci lasciava anche lei qualche cosa.

Lentamente, fermandosi ad ogni istante, pensando ch'era per l'ultima volta, e facendosi suo malgrado sempre più triste, quantunque in fondo non gliene importasse tanto, ella andava su e giù per le sale, attraversava gli anditi, frugava i dormitori. Il lume con cui ella si rischiarava, faceva apparir più vaste le sale abbandonate, più cupi e misteriosi i fondi lontani, gettando sprazzi di luce viva su alcuni punti vicini.