Era un uomo alto e forte, che camminava col busto diritto, curvando la testa di tratto in tratto come sotto a un gran peso. Il suo viso scarno, pallido, con la fronte devastata, aveva una espressione penosa, gradevolmente modificata però dal suo buon sorriso, dagli occhi dolci e dai capelli bianchi finissimi, che gli s'inanellavano intorno alle tempie.

Egli andò diritto a lei e la salutò. Ernestina gli porse la mano. Erano buoni amici, quantunque nessuna maestra del collegio fosse meno devota di lei. Ma tutti e due s'erano incontrati nel sentimento di una grande rettitudine e di una profonda infelicità. E questa specie di gente finisce sempre con l'intendersi per quanto grande sia la diversità delle opinioni da cui sono divisi.

Il vecchio prete e la povera istitutrice ancora giovane, ma già invecchiata, scambiarono poche parole, pochi augurii; l'augurio più gradito, quello di esser presto liberati dalla loro catena, non avevano bisogno di esprimerlo, se lo leggevano negli occhi.

— Addio, — disse il prete quando la campana finì di suonare. — Si mantenga sempre così coraggiosa.

— E lei pure! — rispose Ernestina sommessamente. — Addio!

Il prete scomparve dietro la porta nera della sua chiesa; il vetturino frustò la sua bestia, che per cominciar bene la giornata si slanciò di gran trotto.

Ernestina Maggi incrociò le braccia sul suo abito grigio, e volse gli occhi incontro al sole, che appariva in quel momento in fondo alla lunga strada diritta, come un gran disco di fuoco.

DUE CASE.

Quando penso alla campagna dove passavo gli autunni e le primavere della mia fanciullezza, mi pare che tutte le altre abbino qualche cosa di falso, di artefatto, che siano, dirò così, un po' teatrali.

Quando penso ai tre vecchi presso ai quali vivevo allora, mi pare che i vecchi di adesso siano dei giovani andati a male e che de' veri vecchi non se ne trovino più.