Tutto era stabilito; l'impegno preso; i denari del viaggio anticipati; non rimaneva che partire, obbedire e ringraziare il buon padre.

E il giovine era partito. Ma per ritornare in capo a sei o sette mesi, rovinato di salute, morente, appena in tempo per esalare l'ultimo sospiro sul travagliato cuore della madre.

Vent'anni erano trascorsi, e la piaga sanguinava ancora; la madre non poteva dimenticare, e l'abisso scavato tra marito e moglie non poteva essere colmato neppure dalla religione.

Quando appresi questa storia guardai la marchesa con altri occhi e le perdonai molte cose, nella mia infantile giustizia.

Ma la pietà dei mali altrui non poteva ancora impedire che io mi ribellassi alla noia, all'oppressione di quella vita.

Invocavo il collegio e mi rammaricavo di non esservi rinchiusa. Non avevo amici: Fiume, Cesare, Dorotea, le cuginette, lontani tutti! Erano in campagna loro, i felici! E io dovevo andare dalla maestra di cucito e ricevere le lezioni noiose, insopportabili, di un vecchio prete!

La sera, due o tre volte la settimana, arrivava l'uomo del battello recante dalla campagna grandi ceste piene di legumi, di verdure, di polli, di cacciagione, di frutte.

Io spiavo quell'arrivo. Ad ogni grande scampanellata correvo io a tirare la molla, poi, spenzolandomi sulla rampa della scala, domandavo, come era l'uso:

— Chi è?

E che gioia quando alla mia domanda, fatta con voce argentina, una voce grossa e rozza rispondeva arditamente: