— Il battello!
Allora correvo giù saltando, cercavo di scoprire quello che contenevano le ceste, ne aspiravo i profumi. Qualche volta, sull'orlo di una cesta di cavoli, di broccoli, o di fagiuoli, sotto al panno che la copriva era stato posato un mazzolino di violette, di gerani, o di garofani, riccamente guernito di erbe odorose. Era mio, e io me ne impossessavo con trasporto. Quei fiori erano le lettere de' miei amici; vi sentivo dentro le loro ingenue risate, i giocosi latrati del mio cane, il dolce rezzo de' miei boschi e l'arcana gioia della libertà.
Era così viva quella impressione, le mie sensazioni erano così acute che, oggi ancora, se chiudo gli occhi e mi concentro un momento, risento il profumo di quei fiori, e nel mio cuore si ridesta come un'eco lontana di quello spasimo delizioso.
Nelle ore di minor sorveglianza, quando tutti erano occupati e mi dimenticavano, o mi credevano nella mia camera a far i compiti, io mi rifugiavo volentieri in una vasta soffitta.
Là trovavo molti oggetti curiosi che mi divertivano: mobili rotti di ogni genere; ritratti a olio rosicchiati dai topi; uno specialmente notevole per la ricchezza del costume — il ritratto della madre del marchese Giorgio, a cui egli non perdonava di avere compromesso il patrimonio di casa Cravenna durante la vedovanza, mentr'egli era tenuto lontano a studiare. Vi erano, in certe casse, brani di costumi ricamati in oro; trine ingiallite; grandi fisciù di tulle alla Maria Antonietta; spadini ruggini e, sopratutto, libri condannati all'oblìo — forse alle fiamme — dallo spirito religioso di zia Teresa: libri d'ogni genere, ma per lo più romanzi, drammi, poemi, che destarono in me il primo amore della lettura: Siroe, Attilio Regolo, Ivanhoe, La Fattucchiera delle acque, La bella pellegrina, Ossian, Leopardi.... tutto alla rinfusa. Quante ore ho passate là, e come dolci!
In un angolo della soffitta era un cassone nero, assai grande, che mi respingeva.
M'inspirava un vago terrore. Ma a poco a poco, come accade tante volte nella vita, quel terrore, quella ripugnanza, fermarono il mio pensiero e divennero un incentivo di curiosità. Infine un giorno mi sentii attirata verso quell'angolo misterioso da tutta la forza del mio terrore e della mia repugnanza.
Esaminando da vicino il cassone nero, m'accorsi che non era tarlato e in disordine come gli altri. Non aveva serratura. M'accinsi ad alzare il coperchio che mi parve pesantissimo. Finalmente riescii, e mentre lo tenevo sospeso con le mie braccette sottili, ficcai dentro la testa.
Uno strano odore mi salì al cervello. Odore di chiesa vuota, quando gli scaccini spengono le candele dopo una grande funzione. Rimasi sbalordita e chiusi gli occhi.
Quando li riaprii vidi, traverso a un velo nero che avvolgeva tutto, una corona di rose bianche con largo nastro di raso bianco ingiallito.