Vedo che i romanzi di Bruno Sperani ottengono l'onore di essere attentamente studiati da qualche pregiato critico francese. Ne godo, perchè, se ne persuadano alcuni, in Francia se ne intendono... ancora.

(Dal Corriere della Sera). Raffaello Barbiera.

Due Case, l'ultima delle undici novelle, ecco l'ambiente vivo come solo la mente di fortissimo artista sa dipingerlo!

Quell'angolo remoto, solitario, sulle coste della Dalmazia, sorge dinanzi agli occhi di chi legge, appassionando. E dietro, il paesello con la vita della casa, caduta nella più trista miseria: quella che non vuole svelarsi per orgoglio patrizio, che si nasconde, rinserrandosi fra le mura del vecchio palazzone nobilesco, altezzosamente vergognosa, è una meraviglia.

E lì, che dipintura, a grandi tratti efficaci, dei dolori d'una povera madre, tutta concentrata nella desolazione delle memorie d'un suo povero figliuolo di vent'anni morto lontano, in America; ove l'autocrazia paterna l'aveva mandato. E quegli eterni rimproveri muti al vecchio, che mena la vita disperata dei rimorsi, sentendosi la cagione quasi diretta della morte del figlio!...

Infine lei, lei l'A... con quanta schiettezza di impressioni narra dei suoi primi anni e la potente emozione che la fece, di balzo, uscire dalla puerizia: la scoverta—sotto la tettoia, riposta tra vecchi arredi di casa—della cassa contenente tutto che servì ai funebri del povero morto, riposta lì per esser dimenticata!...

Assolutamente in quest'ultima novella c'è tutto Bruno Sperani, ed io suo ammiratore, non ho altro ad aggiungere.

(Rivista Contemporanea). A. Lauria.

Il Romanzo della Morte, 1890.

Titolo grave, tetre pagine, dense di una semioscurità, faticosa alla mente del lettore. Favola pressochè nulla, immaginazione forte, razionale del sentimento, serena noncuranza di tutto ciò che non è pura anatomia del cuore. Opera di donna, ma non letterariamente femminile, vigorosa anzi e sentita, evidentemente dovuta ad un forte ingegno e ad una salda coscienza letteraria. Bruno Sperani (nessuno ignora più il nome reale dell'autrice) ci ha da qualche anno abituati a quel genere speciale d'arte spregiudicata, della quale la donna che l'ha adottata si fa banditrice, più presto talvolta e con più vibrato accento dell'uomo. Nel brusco, scabroso argomento del suo romanzo, l'autrice è entrata di piè fermo, senza esitanze, senza falsi pudori, l'ha vigorosamente afferrato, lo ha reso, denudandolo. È facile avvertire ch'essa non teme quello strano fatto determinante ch'è ad un tempo l'intreccio dell'opera e il nodo della questione. Sin dalle prime pagine, lo accampa, determinata, mette di fronte ad una vittima che non si osa chiamare colpevole, un'altra vittima innocente, e questa deve esser partecipe dell'ingiusta punizione. È tutta una cieca congiura di circostanze; le volontà, fatte inerti dalla ferrea brutalità di quelle, obbediscono alla prepotenza di una falsa ma invincibile logica, alle esigenze dispotiche di un pregiudizio, contro il quale la ragione si ribella, ma che il sentimento subisce. Lo studio è convinto, sincero, s'addentra e scende nella malfida regione dei substrati del cuore, facendosi strada faticosamente, in mezzo alla tristezza quasi ripugnante dell'argomento.