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La notte era cupa e diaccia.

Il mucchio di casupole pareva addormentato. Ma al di là si sentiva un bisbiglio di voci confuse che s'allontanavano. Qualche lumicino vagolava per le viottole.

Maria fece alcuni passi a caso senza veder nulla, brancolando nelle tenebre. Non sentiva il freddo acuto. L'aria diaccia recava appena un poco di refrigerio alla sua testa in fiamme. Non pensava.

Ingenua e rozza non poteva fare riflessioni nè analisi su quello che le accadeva. Ma nell'animo istintivamente gentile e fiducioso, ella sentiva, così in confuso, che tutto crollava in lei; che tutto stava per cadere, nella sua vita, e si disfaceva. Provava la sensazione indefinita di precipitare nell'abisso. Nel medesimo tempo quel senso acuto di vergogna e ribrezzo che l'aveva oppressa fin dal primo istante continuava a farla fremere e rabbrividire.

Ora capiva tutto il significato delle amare parole: l'asino dei Rampoldi!... Già, lei era l'asino. Doveva essere un amore vecchio quello di Sandro e Virginia. Che sudiciona, un cognato!... E lei non s'era accorta di nulla in dieci mesi; che bestia!... Ed ora si ricordava improvvisamente di tante e tante circostanze che avrebbero dovuto spiegarle ogni cosa. Ma lei credeva che suo marito fosse un galantuomo, un uomo religioso... che non avesse grilli per il capo!...

Qualcuno la chiamò.

Mandò un urlo.

—Eh! Sei pazza di gridare così, o Maria!... Non m'avevi riconosciuta?

—... No!...