—Andrai alla cura... Canaglie di preti, tutte per loro!—brontolò il dottore masticando il virginia; poi ad alta voce:—Fammi il piacere, Cristina, passa da don Giorgio e digli che quei tali libri glieli porterò quest'altra settimana.

—Si signore! Sarà servito.

E s'allontanò in fretta, seguita dallo sguardo ironico del giovine medico, il quale attribuiva a don Giorgio le conquiste che a lui non riescivano.

Quando le ruote del calessino si rimisero in moto, la Cristina si arrestò per riflettere. Andava dal curato?... Certo; non poteva avere altra meta. Ma s'ei la scacciava? Dalla Pasqua in poi le stava più sostenuto; e sebbene a volte si fermasse a contemplarla, evitava di parlarle. Che non l'amasse più?... Non le pareva possibile. In ogni modo voleva averne il cuore netto e se la respingeva, se proprio non voleva saperne di lei... ebbene, l'agente d'emigrazione aspettava ancora la sua risposta!... Sarebbe partita... partita per quel paese tanto lontano che ci si metteva dei mesi ad arrivare; e sarebbe morta di crepacuore, o rimasta laggiù per sempre.

Con questa risoluzione si rimise a camminare, affrettando il passo, quasi senza accorgersi, come sospinta dall'ansia indomita.

Arrivò alla cura trafelata, gli occhi sfavillanti per l'interna concitazione, il volto vivamente colorito.

Tirò la cordicella che pendeva dal buco della serratura ed entrò come il solito chiedendo:

—È permesso?...

Nessuno le rispose. La casa era vuota; don Giorgio zappava l'orto e aveva mandato il vecchio a Casorate a vendere quei pochi bozzoli.

Cristina andò dritta in cucina e si guardò intorno. La pentola bollicchiava sul fornelletto, ma la cucina era in un disordine spaventevole. Piatti sporchi qua e là, avanzi di spazzatura lungo le pareti e perfin nel mezzo; ragni, attaccati a lunghi fili pendenti dal soffitto, danzanti nel vuoto.