Lei temeva sempre. Dopo tanti tormenti, dopo tante angoscie, la pace di cui godeva e l'orizzonte sereno che le si apriva dinanzi, la rendevano timida, superstiziosa. Le pareva impossibile che dovesse durare: era tanto avvezza a piangere!
Epperò chiudeva ogni cosa in sè, come nel passato; gelosa della gioia come del dolore.
E non si lagnava mai delle piccole contrarietà; le dissimulava piuttosto, perfino con se stessa.
Se il cavallante stava fuori più del bisogno, se arrivava un tantino brillo—lui che negli anni addietro non andava mai all'osteria—ella faceva le viste di non accorgersene e non gli chiedeva mai dov'era stato nè cosa aveva fatto. Temeva troppo di vedere quella fronte oscurarsi, quegli occhi, ora buoni e ridenti, ridiventare freddi, arcigni come nel passato. Del resto, dacchè aspettava il bambino, non si accorgeva quasi neppure se il marito tardava; era tanto occupata, aveva tante piccole cose da preparare.
Anche quella sera Sandro era fuori. Attaccato il cavallo se n'era andato via: per ordine del padrone—diceva.
Ma sarebbe ritornato, e presto. Lei intanto lavorava. Lavorava e cantava. La delicata poesia che ella portava inconsciamente nell'anima, e il bisogno indistinto di una effusione e di una tenerezza, di cui veramente non conosceva neppure il linguaggio, si esalavano in un rozzo canto contadinesco.
La sua voce morbida, impregnata di tristezza si elevava dolcemente nell'aria molle della serata autunnale.
I contadini l'ascoltavano un istante in silenzio, con una sorta di raccoglimento; poi, alla prima cadenza, le donne, trascinate, la seguivano; e dopo poche battute, tutto a un tratto, quasi selvaggiamente, prorompevano le voci forti e ben timbrate dei maschi.
Il coro si formava. Un coro assai primitivo, senza alcuna sapienza, senza varietà di toni; ma poderoso nella sua malinconica monotonia, e non privo certo di una cotale semplice e solenne bellezza. Di tratto in tratto sembrava come se da quei petti rozzi, da quei cervelli incapaci di un pensiero sintetico, si fosse sprigionato il più profondo sentimento della insopportabile miseria—il conscio orrore della troppo lunga ingiustizia. Erano schianti di angoscia, gridi di rivolta, appelli disperati. E quelli che nel mezzo dell'aia, battevano col coreggiato le pannocchie mondate per distaccarne il grano, seguivano il ritmo con impeto crescente, formando uno strano, formidabile accompagnamento. Pareva il bosco, allorchè urla e scoppia, e si torce imprecando, sotto la sferza odiata del vento.