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Un'ora prima del tramonto, avendo smesso di lavorare, una frotta di uomini e di donne si avviò con molta animazione alla volta di Gel, per vedere la Scaramelli e dirle il fatto suo. Si erano montati ciarlando e gridando, messi su specialmente da quelli di Val Mis'cia.

Intanto le autorità e il medico, giunti sul luogo in ritardo, con tutto loro comodo, esaminavano il cadavere, constatavano la morte senza violenza, quindi volontaria o casuale, ed eseguivano le altre formalità.

Dopo l'avrebbero fatto portare a Gel per la sepoltura che doveva avere luogo subito, visto lo stato di avanzata putrefazione in cui si trovava il misero corpo.

I contadini più pacifici aspettavano di accompagnare il morto; ma gli scalmanati non potevano aspettare.

E poi insieme al convoglio avrebbero fatto la strada alcune di quelle guardie di questura, venute in giù col delegato; e agli scalmanati non premeva di averle in compagnia.

Strada facendo la turba ingrossò, e allorchè toccò il sagrato pareva quasi imponente.

Si annunziò subito con grida e fischi, fermandosi davanti alla casetta bianca della parrocchia tutta chiusa, porte e finestre.

Don Giorgio e Cristina erano nella saletta che teneva il centro della casa fra le quattro camerette, due a destra e due a sinistra, e in fondo metteva alle scale. Lui calmo, sereno; lei vibrante di collera.

—Fuori la Scaramelli!—gridavano i villani imbizziti.—Fuori quella che ha ammazzato suo padre!