—Chi resta qui dovrà mangiare l'erba come le vacche!—diceva il vecchio Melica, il padre della povera Giulia, con quella sua faccia di fauno.

Altri concedevano uno sfogo ai nervi irritati picchiando i ragazzi che sgambettavano mezzo ignudi nel fango, raccattando le panocchie lattiginose sui gambi spezzati, per farle cuocere sulla brage.

Qua e là si trovavano certi chicchi di grandine, che a tener calcolo della parte già disciolta, dovevano essere come noci quando venivano giù.

Allo spuntar del giorno arrivò il fittabile stralunato, ringhioso; e tentò di gettare una parte di colpa sui contadini che non si erano affrettati a raccogliere il riso melone, già maturo; come se non fosse toccato a lui a dare gli ordini!

Ma il Melica, vecchio e sparuto com'era, minacciò di strozzare quel prepotente, se non la finiva. E lo scacciasse pure! Tanto, morir di fame qua o là era lo stesso!

Il sole, appena comparso, veniva coperto dalle nuvole nel cielo cupo e tempestoso.

—Dopo il campo la casa—dicevano alcuni contadini alludendo alla piena dell'acque che poteva portarsi via quelle loro casupole.

Venivano intanto notizie dei dintorni. Il danno era vasto. Il temporale aveva battuto una larga zona; risparmiando, tuttavia, certi posti, appena sfiorando certi altri; mentre sull'«isola» s'era proprio accanito.

Il grosso podere dei Rampoldi era specialmente rovinato; neppure un pezzetto sano; niente! Un bel saluto per l'ultima annata.

—Appena liberato da quella carcassa, Pietro farà bene a emigrare—diceva il figliuolo della Menica che si scaldava con l'emigrazione.