L'alba si annunziava appena nel cielo caliginoso. Sulla campagna rovinata dalla grandine soffiava un vento freddo che pareva di novembre.

Tutto il poco raccolto della cattiva annata, distrutto, portato via!

Così finiva quella terribile estate.

Le donne uscivano dalle case ai primi lucori, dopo avere passata gran parte della notte ai piedi delle sante immagini, bruciando l'olivo portato a casa nella domenica delle palme; facendo ardere delle candele benedette. Molte piangevano; altre parevano istupidite; poche avevano la forza di parlare, di sfogarsi.

Gli uomini giravano i campi al fioco lume; incalzati dalle ultime speranze che andavano man mano morendo.

—Tutto! tutto!... Proprio tutto!—mormoravano disperati.

Il formentone, già alto, pareva battuto con le verghe; la canape, fatta a brandelli e portata via dallo straripare dei fossi; poichè, dopo la grandine, era venuta giù un'acqua diluviale. Il riso, già pronto per la raccolta, distrutto pur esso, perduto!

Tutta la campagna desolata; un anno di fame e di patimenti. Unica speranza per non morire, le anticipazioni del padrone: vale a dire la miseria fissa in casa e l'impossibilità di rifarsi, chi sa per quanti anni di fila!

Un uomo alto, adusto, già grigio—un lavoratore famoso—che aveva una grossa famiglia, si strappava i capelli, con un gesto quasi inconsapevole, da demente!

Il figliuolo della Meroni e quello della Menica parlavano di emigrare. Altri giovani li ascoltavano con torva attenzione. Ma le donne inorridivano a quei discorsi.