Così dall'angusta platea del Costanzi passava al libero teatro del mondo, consolatore e rivendicatore, il verdetto del pubblico romano.
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E io pure, come avran pensato tutti i fortunati che han potuto assistere alla festa dell'arte, per la prima rappresentazione dei Parassiti, io pure ho ripensato all'uomo.
Lo conobbi a Roma, credo nel 1892, presentatomi da Ermete Novelli. A Roma lo rividi, e lo ebbi poi amico premuroso, costante, affettuosissimo.
Poi, i casi tragici della vita lo portarono lontano, per il mondo. Animo squisito, egli aveva quella cortesia abituale nei modi che non è soltanto una vernice della educazione, ma che riflette le delicatezze spontanee del sentimento. Le noje che dal posto conquistatosi nell'arte gli venivano, sotto forme di richieste, di consigli, di manoscritti di giovani autori, d'interviste su lavori suoi, erano per lui una consolazione a cui forse avrebbe mal volentieri rinunziato. Perchè appunto questa era (e certo è tuttora) la grande caratteristica di Camillo Antona-Traversi: — vivere nell'arte e nella vita, quasi interamente per gli altri.
E vivere, così, quasi un'esistenza di fanciullo sognatore, come insospettoso del male e della tristizia dei suoi simili. Se un fatto di cronaca, se la rivelazione di qualche bruttura cadeva sotto i suoi occhi, ne restava più che disgustato, sorpreso; perchè, più che l'orrore, aveva lo scetticismo del male. E quando la delusione veniva a sfrondare i suoi sogni di ottimista, scriveva le impressioni del suo disgusto senza violenze e senza attacchi.
Nell'arte sua, come nelle sue abitudini, evitava, quanto più gli era possibile, la nota personale. La società romana lo aveva sinistramente impressionato con le sue corruzioni, le sue onte, i suoi craks; ed egli la dipingeva con mano felice di riproduttore coscienzioso, e la poneva sulla scena. Così ha fatto anche nei Parassiti.
Più che dare un giudizio su questa classe di truffatori in guanti gialli, egli li ha offerti al pubblico tali quali sono: e se il pubblico trova che questi Parassiti della scena sono delle canaglie, o dei delinquenti, tanto peggio per i Parassiti della vita. Il pubblico, e non l'autore, li ha condannati!
Ma — nell'artista, come nell'uomo — sopra il disgusto per il male, ha vinto la compassione per l'infelicità. Pronto con la sua amicizia, col suo danaro, col suo cuore, a lenire una disgrazia, egli sentiva tutto lo strazio delle Rozeno, come piangeva — nei Fanciulli — tutte le lagrime dell'infanzia torturata.
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