Agnesina fè cenno col capo di sapere di che si trattasse.

“Era il dì dei morti di non so quale anno; io aveva di recente perduto un fratello, al quale volli ogni ben mio; povero Arrigo, egli era una perla. Il caso o, per dir più giusto, la providenza, mi fece capitare in una moltitudine, che cogli occhi rivolti in su e colle labra spenzolate, tutta mesta e compunta, ascoltava la parola del Signore dispensata da Fra Paolozzo salito sul pulpito. — Quelle parole, che allora e poi nei molti travagli della vita furono la mia consolazione, s'attagliano mirabilmente al caso nostro. È una parabola sì chiara, che ognuno la comprende di volo. — Due prigionieri, diceva il frate con un linguaggio più acconcio del mio e avvalorato da testi latini che io non seppi ritenere a memoria, vivevano insieme in un carcere comune. La storia non dice perchè vi si trovassero, dice solo che un bel dì il principe, ricordandosi di quei due infelici, pensò di far grazia ad uno e lo fece porre tosto in libertà. Credereste? il prigioniero scarcerato abbandonò a malincuore le sue catene, dolendosi di lasciarvi il suo compagno. Figuratevi l'altro! — Costui, rimasto solo, sentì raddoppiarsi il peso de' suoi ceppi; la pena gli divenne d'improviso insopportabile; ei piangeva, piangeva giorno e notte, negando a sè ogni conforto ed ogni speranza. Ma la cosa non andò sempre ad un modo; in capo a pochi dì, lo sgraziato s'avvide, che il libero amico non lo aveva posto in oblío, e che la libertà di lui gli tornava assai più utile che la sua compagnia. Infatti per opera sua penetrarono nel carcere i mezzi di menar meno stentata la vita; ebbe per lui di che far schermo ai bisogni, e trarre conforto nella solitudine; finchè venne il dì, e quel dì non fu lontano, che per intercessione dell'amico si vide ridonato alla libertà, e franco da ogni pena. — Ora comprendete voi il significato di quest'esempio? La prigione è la vita umana; il prigioniero scarcerato è l'uomo che muore; quel che rimane e piange, è l'imagine del superstite. I conforti che gli vengono portati in carcere sono le sante ispirazioni e il patrocinio dei poveri morti; e la libertà acquistata per intercessione dell'amico è il dono del cielo di morire nel Signore.„

Per una povera donna come Canziana, che seguiva la corrente dei pregiudizii, e che non sempre era felice nel riconoscere la verità in mezzo al guazzabuglio di errori di quel vulgo e di quell'epoca, uno squarcio sì bene appropriato era una prova di fino accorgimento: molto più che ella non sapeva, come sappiam noi, che il male d'Agnesina non veniva tutto da una sola cagione. Ma siccome avviene talora, che un rimedio impropriamente applicato alla guarigione di male ignoto, pur giova all'infermo, mettendo in evidenza la causa secreta dei suoi dolori e la via più acconcia a calmarli; così quelle parole, benchè rispondessero imperfettamente ai bisogni d'Agnesina, destarono in lei, coll'antica fede, il coraggio tutto nuovo dì essere schietta, e le offrirono l'unico mezzo di riconoscere meglio il suo male e di applicarvi il vero ed efficace rimedio.

LII.

“Io dunque, proruppe Agnesina con uno slancio di devoto affetto, io pregherò il mio santo protettore, che m'ottenga il perdono del passato, e vegli su me per l'avvenire. Farò ciecamente quanto esso mi inspira; nulla mi sembrerà grave, quando mi venga consigliato da lui. In lui troverò i mezzi a raggiungere il più difficile intento.... E quando pure mi si chiedesse d'obliare.... ciò che ora vive ed arde nel mio cuore, io saprò farlo, se egli mi ajuta....„

“Voi parlate di perdono, chiese meravigliata Canziana, ma perdono di che?... Che mai avete voi a fervi perdonare?„

“M'amerai tu ancora e sempre?„ ripigliò Agnese con un accento, ancor più del solito, amorevole.

“Voi mi fate paura... Dubitate forse del mio affetto?„

“No, Canziana, no.... questo è impossibile.„

“Ma in nome di Dio...„