Delle finestre era varia la forma come la grandezza. L'una alta e stretta rassomigliava ad una feritoja; l'altra ampia e squarciata col parapetto a cornice e lo stipite fregiato di membra ed ornatini in terra cotta, pareva avere appartenuto a meno umile edificio. S'aprivano poi, fuor d'ogni legge, alcuni fori, dove il muro sconnesso aveva reso più facile l'improvisare un finestrino.
Il tetto, coperto di paglia e a doppio pendío, soverchiava coll'ampie tese le mura sottoposte. Esso, e tutta la parte dell'edificio costrutta in legno, aveva quel colore indeciso, che sta fra il verde e il turchino, o meglio che è un misto dell'uno e dell'altro; e che i pittori, con voce assai significativa, chiamano tinta neutra.
L'interno mostravasi in perfetto accordo coll'aspetto esteriore. Passata la soglia, che era una vecchia pietra da macina fuor d'uso, si discendeva per due scaglioni sul suolo umido e bruno di un camerotto, vasto come tutta la parte principale dell'edificio. Riesciva impossibile comprendere ad un tratto la forma, l'ampiezza, il colore di quel ridotto, tanto era l'ingombro degli oggetti che l'occupavano. Le mura guaste, le tavole della soffitta mal fidate a travicelli irregolari, il pavimento, di poco più sodo del pattume esterno, si smarrivano sotto il crasso e raddoppiato intonaco di polvere e di fumo. Nel mezzo della camera, sur un rialzo di arenaria, mucchietti di cenere e di carboni attestavano il fuoco del giorno prima; gli uncini pendenti e le catene di ferro coperte di fuligine, servivano a portare l'unica caldaja, ed a sorreggere chi s'avvicinava al fuoco per riscaldarvi, uno ad uno, gli arti assiderati. All'ingiro e presso al muro erano schierati l'un presso l'altro, o questo su quello, sacchi di varia misura; quali colmi, quali vuoti per metà; alcuni sorretti, altri rovesciati a terra: e, dove appena fosse uno spazio, si vedevano ammucchiati, come vien viene, gli utensili della professione, vagli di vimini, stacci di varia forma, coli pel grano; e negli angoli pali, leve, rastri, marre, stanghe, cucchiaje, badili affastellati come le armi di un fortilizio pronto a sostenere l'assalto. — Ed infatti quello non era tempo di pace; e se quel buon uomo di Farinello potè velar l'occhio un'ora in quella notte, gli è che, per assicurarsi un armistizio col suo torbido vicino, aveva pigliato ogni savia misura, aprendo le cateratte, vuotando le gore, e facendo ir l'acqua nei rifiuti per dar sfogo alla piena.
Le nostre donne trovarono negli ospiti quella sollecitudine che s'aspettavano. Farinello davasi gran movimento per fornire ad esse ciò che credeva più atto a confortarle, e accompagnava le sue offerte con una cordialità, quanto sincera, altretanto e forse troppo insistente.
Anzitutto attizzò un buon fuoco; offerse poscia rinfreschi di latte e burro a madonna e a Canziana, che rifiutarono ringraziando con bella maniera; apprestò infine pane, cacio e un non so che di simile al vino pei lettighieri, che fecero onore alla sobria imbandigione.
Intanto la Nena metteva sossopra lo stanzino, e colla più buona voglia del mondo dava lo sfratto alle sue robe, per allestire un letticiuolo, che inspirasse fiducia alla delicata castellana. Non faccia meraviglia che delle molte cose offerte da quella buona gente, questa fosse l'unica che Agnesina accettasse con vero trasporto di gioja. Ella non era donna da far dello schifo nel vedersi costretta ad usare della roba casalinga. La pulitezza è una di quelle doti, che saltano sùbito all'occhio, e su cui è difficile ingannarsi. E intorno ciò la Nena prevenne l'esigenza della donna la più schifiltosa: il bucato è l'infallibile riabilitazione dei cenci.
Agnesina non era stanca, che del suo lungo riposo. Desiderava essere sola per vegliare liberamente co' suoi dolori; giacchè durante quel tragitto, e fra lo stordimento di tante sollecitudini, essa aveva perduto perfino la traccia de' suoi pensieri; e tutto il passato le si addensava nella mente come le tenebre di quella notte spaventosa. — Nella calma dell'isolamento, credeva di veder meglio; forse sperava di scoprir qualche escita dal fatale labirinto; in cui il destino l'aveva cacciata. — Ad ogni modo poi; e qualunque fosse la sua sorte, quegli strazii erano tali, che meglio era vivere con essi, che non obliarli.
Oh come pianse, la poveretta, quando si trovò sola! Al primo bagliore del nuovo giorno, che fu più del solito tardo a comparire, oh quanto le parve ancora più trista e desolata la sua situazione! E se alcuna volta, in mezzo a tanto bujo, le corse alla mente il pensiero di una valida protezione, che ella di certo non avrebbe invocato inutilmente, quella gioja era fugace come la luce del lampo; e il cuore si sentiva più addolorato dopo le crudeli smentite della ragione. — Tener dietro ad ogni suo passo su questa via, dove un lungo errare non conduce mai avanti, sarebbe difficile assunto per chi narra; e per chi ascolta troppo grave carico di pazienza. — Onde lasceremo per un momento la nostra eroina, che quel dì e il dì seguente non fece altro che vivere del passato, e terremo nota delle circostanze, che apparecchiavano a lei nuove vicende e più gravi sciagure.
LVIII.
Dopo una procella straordinaria per violenza e per durata, era lecito sperare che il cielo avesse esaurite le sue ire, e tornasse all'ordinaria mitezza della stagione. Il buon pronostico andò fallito. Al vento impetuoso e vario, seguì un greco tiepido, foriero di nuova intemperie: al diluvio una pioggia queta, ma fitta e costante. L'uragano era stato un eccesso di collera della natura; quel sèguito sembrava esserne la vendetta.