LVI.
Il casolare del mugnajo era... ma che vale descrivere un ridotto della più squallida povertà? Il superfluo, gli agi, gli ornamenti variano secondo le epoche ed i luoghi; la miseria, la nuda e pretta miseria è sempre eguale a sè medesima; essa rassomiglia allo scheletro umano che, in ogni epoca del mondo e presso ogni razza, ha all'incirca un sol tipo. Anche oggi, mentre la crescente civiltà chiama necessarie tante cose vane, se ci avviene d'entrare nelle abitazioni, dove vivono ammucchiate le famiglie dei contadini, vi riscontriamo spesso tale e tanto squallore, che ne pare impossibile il trovar di peggio. Nel mettervi il piede ci facciamo meraviglia al vedere come quelle mura fesse, sgretolate, fuor d'a piombo possano reggersi in piedi. E, dopo la meraviglia, proviamo una stretta di compassione, pensando, che una famiglia non condannata, ma libera, che non vende sè stessa, ma loca l'opera sua liberamente in forza di un patto, vegeta in quel covo, e ne paga una pigione. Quante volte nel visitare quelle camere uliginose, buje, mal sicure, abbiam dovuto dire: i carcerati stanno meglio di questa buona gente! E come spesso l'infermo trova nei publici ricoveri, dove pure la più stretta economia è la prima legge, tanta copia d'agi, da rendergli meno cara ed invidiata quella sanità, che per lui è sinonimo di durezze e di stenti!
Senza fare appello a sentimenti di giustizia e di umanità, che con tuono severo reclamano provedimenti per questa classe di operai tanto benemerita della società, mi pare che il nostro interesse, quando spinga le sue viste oltre il profitto giornaliero e minuto, dovrebbe guidarci a generosa conclusione. — L'artefice ha cura dei suoi stromenti, l'industriale tiene in assetto le sue macchine, l'affittajuolo nutre ed alberga convenientemente la sua mandra. E perchè non si avrà la stessa cura di quello strumento, di quella macchina, di quella creatura che si chiama uomo? non è egli vero che se ne otterrebbero braccia più robuste, forze più perseveranti, intelligenze più svegliate?
Ma, a proposito d'intelligenza, l'educazione del povero mette a taluno il batticuore, come al vedere una fiammella vicina al pagliajo. E perchè? Tutto sta in non arrestarsi a mezzo del cómpito: non bisogna spegnere la face finchè non si è giunto ad una meta onesta. Avete a fare con gente miope, e che dà in uno scapuccio ad ogni piè sospinto? Ebbene, invece di condurli per mano, ad uno ad uno, come ciechi, rischiarate alquanto la via, e ognuno si guiderà da sè. Quel lume gli mostrerà i diritti e, in riscontro ai diritti, i doveri che spettano ad ogni individuo; vedrà per esso che l'operar bene non è soltanto un merito quando si guardi in su, ma è profitto pronto, giornaliero, materiale. Amerà la fatica, prima perchè onesta, poi perchè produttiva. Non proverà infine quel rodimento continuo che lo sprona a levarsi al disopra della propria condizione, perchè questa non gli sembrerà più nè grave, nè spregevole, quand'è onorata.
In quanto al primo richiamo, per verità, bisogna confessare che, in alcuna parte delle nostre campagne, gli squallidi abituri dei contadini furono già cangiate in belle e salubri cascine. La cosa procede lentamente in ragione dei bisogni; ma procede. — Non insuperbiscano però gli amici dell'umanità nell'idea che tale miglioramento sia una conquista delle loro dottrine. Essi sanno bene, che il flebile umanitarismo è presso alcuni tolto in sospetto; e che quella antica carità, che ci fa chiamare tutti fratelli, è per essi una bella cosa finchè non giunge a disturbar loro le beate noje. Non parliam dunque di fratelli a costoro; l'uomo per essi stia sempre in seconda linea. — Alla fine, quando avranno proveduto alla mandra, ed al bombice, qualcosa per forza si dovrà fare anche per lui....!
LVII.
Non inviterò dunque il lettore a gittare uno sguardo alla catapecchia di Farinello, quando gli avessi a mostrare soltanto un tipo di miseria vuoto d'ogni decoro. Ma quelle cadenti muraglie, cui s'attaccano ora le sorti di Agnese, non possono, a mio avviso, essere del tutto indifferenti a coloro che hanno preso a benvolere la nostra eroina. D'altronde, la miseria la più squallida, appunto perchè tale, offre talvolta all'arte quelle attrattive, che le cose nuove e sfoggiate non hanno. — Il casolare, di cui è parola, era, come il pastrano del mendico, un ricucimento di più e più cose, di vario gusto e d'epoca diversa, accozzate ed eguagliate dalla comune ruina. Se esistesse ancora al dì d'oggi, il paesista, che preferisce le scene vere alle finzioni degli idillj e delle arcadie, l'avrebbe copiato e ricopiato, chi sa quante volte, e da tutti i punti e in tutte le fasi della luce e della stagione.
Esso era collocato sur un piano leggermente declive e affatto inculto, qua e là rinverdito da cespi di cárici e di triboli aquatici. Il suo lato posteriore andava a tuffarsi nell'Olona; la fronte guardava sulla spianata; e i fianchi giacevano in un terreno molle e fangoso, mascherato da ceppate d'erbe selvatiche. Dapertutto il suolo dell'isola offriva tracce della sua natura aquitrinosa. Le recenti alluvioni vi erano attestate da strisce di fina arena e di ciottoli grigi; le antiche dai prodotti palustri e dalla muffa che coloriva di un verde melanconico ogni cosa fissa.
Il casolare, comunque meschinissimo, poteva dirsi l'aggregato di due distinte costruzioni, l'una murata di mattoni e di loto, l'altra di legno: vera baracca quest'ultima, provisoria da un secolo, legata al resto dell'edificio pei travicelli della gronda e protetta dalla comune ala del tetto. Questo ballatojo coperto sporgeva sopra la macina, sostenuta da due magri piloni e da un impalcatura sconnessa, che era ad un tempo la soffitta del mulino e il pavimento della camera di Farinello.
L'insieme del fabricato rappresentava la storia delle ingiurie di un secolo: ma la grande varietà di oltraggi era velata da quella tinta indefinita di vecchiume, che è la tenerezza dei pennelli alla moda. — Guardato da lungi, sembrava esso ravvolto in una rete di screpolature artificiosamente intrecciate; da vicino, dove poteva esservi attrito di oggetti o lavoro delle acque, vedevasi a nudo il mattone arso. L'arco superiore delle finestre era invaso da una tinta bruna e trasparente sparsa dalla colonna di fumo, che esciva costantemente dalle aperture, ogni volta s'accendesse fuoco nella casa; ed al disotto del davanzale un lavacro di tinta bianca segnava il rigo dell'acqua, fissandovi la polvere volatile del mulino.