Nelle cose d'alta importanza non soleva immischiarsi che quanto era necessario per raccoglierne qualche frutto. Non pose mano perciò all'affare di Reggio, nè spronò il suo signore a fare quello che fece. La cosa camminava bene da sè: Barnabò era troppo accorto, troppo risoluto e crudele, per dimenticare l'offesa, e rinunciare alla vendetta.
A suo tempo, anzi prima del tempo preveduto, scoppiò la procella; e Medicina, che pretendeva d'indovinare il futuro, si lasciò sorprendere dall'avvenimento, mentre si trovava fuor di città per riferire, come si è detto, al Conte di Virtù i procedimenti della signoria di Milano. — Venuto in chiaro della cosa, non gettò il tempo a dolersi dell'occasione perduta; ma prese a studiare il modo di ricattarsi. La sua gita a Campomorto, dianzi deplorata, gli aperse l'animo a sognare nuovi e più grandi progetti di buttino. E i sogni di rado mentivano a quell'anima scelerata.
Poche ore dopo il suo ritorno, egli vide il principe e lo trovò più tetro del solito. La morte violenta di Maffiolo Mantegazza gli aveva fatto perdere la traccia di un branco di congiurati, sui quali poteva sfogare le sue ire, senza nemmanco affaticarsi a giustificarle con qualche pretesto.
Medicina lesse il secreto sulle grinze di quella fronte torbida; studiò il male, scoperse il rimedio, e stabilì il momento opportuno per amministrarlo. Ma non impiegò il linguaggio della passione, e meno ancora la franca parola di chi indovina e consiglia; perocchè quello zelo avrebbe destato sospetto: rammentò soltanto con ingenua sbadataggine, che, a poche miglia da Milano nel castello di Campomorto, viveva ritirata la figliuola del proscritto, e che là era probabile aver lume intorno all'intrigo, o per mezzo di documenti ivi celati, o dalla bocca stessa dell'orfana, più o meno spontaneamente facile a confessare la colpa di suo padre.
Barnabò non sembrava dar retta a tali proposte, e Medicina non osava insistere. — Forse, in quel punto, l'avido ciurmatore si pentì d'aver consegnato al Conte di Virtù la lettera di Maffiolo, perchè ora l'avrebbe venduta a prezzo doppio. — Ma il male non aveva rimedio; parlarne era come accusarsi d'infedeltà. Solo gli restava aperto l'adito alla rivincita, in una più ardita e profittevole impresa: quella, cioè, di riavere per forza lo scritto o la persona cui era diretto.
Barnabò durava ostinato nel suo silenzio poco incoraggiante. Tutt'altr'uomo si sarebbe perduto d'animo; Medicina al contrario, per iscuotere la languida volontà di colui, non aveva che ad accennare le difficoltà dell'impresa ed a creare ostacoli; certo che Barnabò non avrebbe resistito alla tentazione di rovesciarli.
“Ahimè, insensato ch'io sono! — sclamò Medicina percotendosi la fronte — ahimè! che stolido pensiero m'è passato pel capo.„ E taceva di nuovo; dando al viso e alla persona un'aria di umiltà e d'ipocrisia, che ingannava lo stesso Barnabò. Teneva il viso chino, e gli occhi a terra, appoggiava il mento tra il pollice e l'indice della destra, e il gomito al braccio sinistro stretto al seno. Tutto ciò era una pantomima studiata; il silenzio doveva essere l'eloquente proemio di quanto egli stava per dire.
“Campomorto! — susurrò tra sè, ma in modo d'essere inteso — è fuori del nostro territorio!... Sì certo. Esso è in quel di Pavia... dominio del Conte di Virtù... Ed io... ah mille volte pazzo!... La grandezza e la gloria del mio padrone m'inebriano a segno da farmi scordare la gloria e la grandezza del suo nobile congiunto... E...„ — Mentre ruminava altre parole di questo colore, osò levare un istante lo sguardo, per vederne l'effetto. La sua occhiata, benchè rapidissima, afferrò quanto bastasse per fargli ripigliare la bugiarda umiltà che gli assicurava il trionfo.
Infatti, il volto di Barnabò tradiva l'interna compiacenza, quasi avesse fatto una grande scoperta. Il rispetto che Medicina aveva mostrato pei diritti del Conte di Virtù, era l'unico modo di invitare il principe a violarli. Egli, che avrebbe sprezzato un consiglio o punito il temerario che osasse darne uno al suo signore, accolse le parole del ciurmatore come una inspirazione. Quel viso, prima sì cupo e taciturno, si aperse alcun poco; un sorriso minaccioso e terribile sfiorò quelle labra, dianzi diversamente spaventevoli nel silenzio. Medicina, che aveva compreso essere quella minaccia indirizzata a tutt'altro, che a sè, fece cuore, e cantò vittoria in secreto.
“Campomorto è feudo dei Mantegazzi, e dominio del Conte di Virtù? — urlò il principe. — Tanto basta... Doppia ragione perchè quella terra sia posta a soqquadro. Se esistesse un solo Mantegazza, e quello fosse ancora celato nelle viscere di sua madre, il pugnale del mio più fido servo spenga d'un colpo la razza scelerata! E che? mi si minaccia forse perchè il covo dei ribelli è sul territorio di mio nipote? Date a lui un bordone ed una sporta; non cerca di meglio, quel collotorto! Bravo Medicina! tu m'hai predetto la buona ventura questa volta. A te l'onore dell'impresa. Tu stesso devi essere il primo a mettere piede, in mio nome, sulla terra dei ribelli; tu precederai cento, duecento, mille delle mie alabarde, e porterai in quel castello la ruina e l'incendio. — Tutto sarà tuo: le carte solo e la fanciulla prenderai per mio conto. — Io, che ho sfidato l'ira del papa, che ingrasso nelle sue scomuniche, dovrò tremare della stizza impotente del mio diletto nipote..? Ah ah! Una sfida... vedremo... Parti, parti: fra tre giorni la risposta.„