Se l'avervi taciuto, o lettori, il mio pensiero, se l'aver cercato di caparrare un po' della vostra affezione per un'infelice, vi farà durare nel proposito di vederne la fine, non mi pentirò della fatta omissione. Anzi, la confidenza accresciuta dal vedervi accogliere bene le mie simpatie, mi dà coraggio di farvi anticipatamente una rivelazione. Se da principio avessi dimostrato la pretensione di ragionarvi di storia patria, voi, che sapete dove e da chi meglio apprenderla, avreste voltato le spalle al petulante, che si arroga un officio di cui non è degno. — Ma se da questo povero volume avrete tratto occasione di fissare con ispeciale interesse un'epoca storica importantissima; e se, in grazia sua, vi accingerete ad aprire qualche buon libro di storia, non fosse altro per vedere se fui veritiero, avremmo, io e voi, raggiunto il nostro scopo: questo racconto sarà la più acconcia prefazione alle vostre studiose letture.
LXIII.
È inutile affrettarci a dire che Agnesina fu salva da quella catastrofe. Chi l'ha un po' nel cuore, ricorda d'averla lasciata in una casipola di Pavia, e attende di rivederla colà, sana e salva, benchè immersa in un profondo dolore. — Torniamo piuttosto a Campomorto, e prima ancora alla corte dei due Visconti, per vedere quali diversi effetti ivi producesse l'infelice destino dei Mantegazzi.
Barnabò, occupato a quest'epoca di guerre e di rappresaglie, non curava troppo le ribalderie minute. I soprusi però, le crudeltà, le prepotenze, non venivano meno per questo: ma costituivano il piccolo commercio, di cui il signore di Milano cedeva il vanto ed i frutti a' suoi cortigiani. — Questi, gareggiando d'operosità e d'astuzia, si proponevano un doppio scopo; avvantaggiare la borsa, ed aumentare il credito presso il loro signore. Quanto al primo, v'era sempre di che accendere l'appetito dei più: meno facile a conseguirsi era il secondo, poichè il favore del principe non poteva ripartirsi esattamente su tutti; e il suo beniamino non doveva essere che uno solo.
Per fortuna, in quella gara, funestissima ai poveri governati, non tutti spiegavano un egual valore. — V'erano degli illusi, a cui ogni blandizia, ogni sguardo meno cupo sfuggito a caso dal cipiglio del tiranno ed a caso raccolto, sembrava un pegno di favore, un privilegio unico ed esclusivo. Costoro s'addormentavano nella certezza della propria inviolabilità, e sognavano grandezze ed onori, finchè a suo tempo venivano risvegliati bruscamente dalla dolorosa scossa della caduta.
Altri invece, dotati di più lunga vista, s'andavano arrabbattando non paghi d'essere i cortigiani del padrone, ma ansiosi di diventare il primo ed il più caro suo favorito. Costoro, per arrivare alla meta, creavano fra il principe ed il popolo una serie di sognate difficoltà, che poi superavano per dar prova di devozione e di bravura. Quindi denunzie, persecuzioni, oltraggi da una parte; dall'altra immunità iniquamente accordate, favori e privilegi dispensati a capriccio dalla stolta prodigalità del principe. Ma nè l'inerte mansuetudine degli uni, nè lo zelo istancabile degli altri, guidava alla meta sognata. Barnabò poteva bene essere amato dai tristi suoi pari: egli non amava alcuno.
Medicina, entrato in corte col semplice titolo di servo, godendo il vantaggio della domesticità, e volgendolo a' suoi fini con un accorgimento, che non è scienza ma istinto, ebbe campo di studiare da vicino il carattere di quell'uomo tetro ed inflessibile. Nell'abituale cupezza che siedeva sul suo viso, impenetrabile a tutti, egli pur sapeva scorgere varie gradazioni; quella davanti cui bisognava rassegnarsi prostrato nella polvere, scongiurando la procella nel silenzio; e quell'altra, che faceva lecito l'aggiungere una parola per deplorare, incoraggiare o far plauso a seconda dei momenti: ben inteso che, in ogni caso, non bisognava movergli incontro di fronte, ma stargli a fianco ed a rispettosa distanza.
Nella sua privilegiata posizione, avrebbe potuto fare o tentare qualcosa di onesto. Ma il suo animo perverso si compiaceva invece di aggiungere all'ira traboccata del padrone una goccia del suo fiele, per deciderlo ad un atto di ferocia, quando l'animo di colui non vi fosse ancora determinato. — Per tal modo egli, servo e strumento del principe, poteva vantarsi d'essere stato, qualche rara volta, il padrone della sua volontà.
Che se gli era sfuggita una parola in mal punto, mentre ogni altro sarebbe stato un uomo perduto, egli sapeva neutralizzarne l'effetto, con lazzi buffoneschi e colle piacenterie a lui solo concesse. E se nemmen ciò bastava, egli aveva il mezzo estremo di riguadagnare il perduto, chiedendo ad imprestito dalle scienze occulte quelle ragioni superiori, davanti alle quali perfino lo scettico Barnabò, suo malgrado, piegava il capo. Su questo campo lo stesso principe non era per nulla al di sopra dei pregiudizii dell'infimo vulgo. Sprezzava la vera scienza professata sodamente e di buona fede; ma non osava combattere le menzogne spacciate dai ciurmatori.
Per tal modo Medicina, simile talvolta al cagnuolo della casa cui è permesso qualche atto di famigliarità, tal altra reso autorevole da una dottrina gremita d'assurdi e quindi piena d'incanto, godeva dell'impunità anche quando osasse levarsi dalla umile sua condizione per esaminare, dirigere, sindacare le azioni del padrone. Ma prosperò le sue sorti, e seppe conciliare interessi lontani ed opposti, perchè, più sagace dei suoi pari, seppe farlo con arte, e non trasmodò mai cogli abusi. Camminando sul ciglio dell'abisso, vi si trascinava carpone; e non fu mai colto dalla vertigine. Che se alcuna fiata credette di essere in procinto di perdere l'equilibrio, prevenne il pericolo arrestandosi, e scontò la lieve imprudenza con una lunga inerzia, e col silenzio.