Per verità, dopo il ritorno da Campomorto, il Conte di Virtù accusava sè stesso di dapocaggine quante volte, tentando di combattere una preoccupazione creduta puerile, ricorreva scoraggiato e nauseato alle vecchie pratiche della corte. — Dolevasi che uno stolto pensiero, malgrado gli avvisi della ragione, divenisse il tiranno della sua volontà; dolevasi di arrischiare per esso i frutti di un lungo esercizio di virtù politiche. — Ma l'accorgersi del pericolo è già mettersi sulla via di scamparne. Chi crede che il tempo sia un rimedio, confessa il male, e desidera di guarire. Ora, in mali di simil genere non vi ha sintomo migliore di questo.

Le persone che lo avvicinavano, fatti accorti del mutamento, pensavano che il principe non fosse ben guarito; e l'uomo della scienza, chiamato dal suo dovere ad interrogarlo, credette aver penetrato il secreto de' suoi mali; ma s'affrettò a spiegarlo con un tale sfoggio di dottrine astrologiche, che valeva quanto il confessare schiettamente di non avere compreso nulla: del che il principe fu assai contento.

Fatta a suo modo la diagnosi, entrò a proporre il rimedio. E non si mostrò pago d'un solo; consigliò al suo cliente l'uso di più sostanze stillate insieme, le cui virtù occulte elidevano l'occulta potenza dei sortilegi, suprema ed indubia cagione di tutti i mali d'origine ignota. Poi consigliò al principe di mutar aria, di togliersi dalle cure, e di cercare nel perfetto riposo il ritorno delle forze e l'uso completo delle facoltà. — Il conte accettò il consiglio; finse di sottomettersi docilmente al regime dei filtri, che il medico stesso ammaniva, e ch'egli, quand'era tutto solo, buttava dalla finestra. Di più buon grado poi seguì l'altra proposta; e fissò di partire l'indimani pel suo castello di Belgiojoso, facendosi seguire da un piccolo numero di servi e dallo stesso medico; onde accreditare meglio la notizia ch'egli fosse malato; e poter vivere solo.

Che alla scelta della nuova dimora contribuisse il pensiero di avvicinarsi a Campomorto, non si può asserirlo con franchezza; ma non è lecito nemmanco il negarlo. — Fatto è ch'ei partì, che volle andarsene malgrado il tempo burrascoso, e che giunto colà non apparve nè più sereno nè meno sofferente di prima.

Dal piccolo corredo che ei portava seco, avrebbe voluto escludere tutto ciò che gli ricordava la sua infelice passione: ma cercò invano d'ingannare la memoria: essa si risvegliava ad ogni istante, al più sommesso appello di frivoli oggetti, come si ridesta la vampa fra sostanze incendevoli, se vi è celata una sola favilla.

Le cose procedettero a questo modo per due giorni. Il conte non si doleva; ma il suo volto, più che d'abitudine pensieroso, confermava le durevoli sofferenze. — La corte non fu mai così mesta come allora. Se ne dolevano i pochi servi, defraudati delle solite baldorie; e il peso dei loro rimbrotti cadeva sul medico, come se la noja di tutti fosse sua colpa; mentr'egli invece nella secreta sua cella non ristava un momento dal cuocere, spremere, stillare erbe ed aromi.

Finalmente, al cadere del secondo giorno, il sole riapparve, e salutò il creato con un raggio di buon augurio. Nel corso della sera il cielo s'andò a poco a poco sbarazzando dai vapori, che lo coprivano: a mezza notte non era più visibile una sola nuvoletta. Allora, l'instancabile scienziato abbandonò l'officina, e i suoi matracci, e, salito sopra l'altana del castello, si diede a percorrere coll'occhio i quattro lati della volta celeste, sperando di rubare agli astri il secreto, che l'inferma natura della terra sembrava negargli.

Ma aveva un bel fare a spingere lo sguardo in ogni parte di quel vastissimo orizzonte; egli strisciava sempre a terra, condannato a portare la catena dei suoi pregiudizj. — Accostava all'occhio la doppia lente, novella meraviglia inventata da Alessandro Spina, pisano; e credeva veder più da lungi e più distinto; ma l'intelletto, in mezzo a tanti oggetti, provava l'imbarazzo d'un malpratico, che si trova in un paese nuovo, in mezzo ad un crocicchio di moltissime vie, e non conosce quale sia la buona, e non sa come e da chi prender lingua. Ei girava in su e in giù, dall'uno e dall'altro lato, come se volesse interrogare il cielo intorno a ciò che doveva chiedergli. Ma non pertanto egli era uomo da confessare che quella immensità lo confondeva. La sua ignoranza lo rendeva imperterrito. E quando i delirii della sua mente non gli servivano di sgabello a salire alcun poco, non faceva che storpiare le leggi della natura per impicciolirle, per accommodarle a' suoi pregiudizj, e farle complici dei suoi errori.

Lasciamo che egli erri a libito negli spazii, cercando il nesso dei tre mondi, l'elementare, il celeste e lo spirituale: lasciamo ch'egli studii gl'influssi prodromi e conseguenti degli astri, deducendoli dalle loro apparizioni, congiunzioni ed occultazioni, ch'ei discenda infine a combattere la malvagia goezia, e a cercar l'alleanza della teurgia benefica; la storia degli errori umani è troppo ricca perchè ci sia il tornaconto d'occuparci ad illustrarla con una parola di più.

Un altr'uomo in quel castello e in quel punto vegliava come lui. Dopo di avere tentato inutilmente di abituarsi alle coltri divenute insopportabili, balzò dal letto, si coperse alla meglio e, schiuso un balcone che guardava a levante, vi si affacciò, avido di bevere l'aria fresca della notte e di specchiarsi nella vista del cielo. — Costui era il Conte di Virtù. — Se con quell'aspetto e in quell'arnese avesse percorso gli androni del castello ed incontrato anima viva, da quel dì certamente avrebbe dato credito alla favola che ivi errasse uno spettro; tanto egli era pallido e contrafatto.