Escito sul balcone, levò gli occhi al cielo; non per voglia d'interrogarlo, ma attratto dalla sua bellezza e dal bisogno di rivolgere ad esso la muta preghiera degli infelici. — Giammai in sua vita gli parve d'avere assistito ad uno spettacolo più sublime. Allora gli corsero alla memoria ed al labro quei versi dell'Alighieri:
O gloriose stelle, o lume pregno
Di gran virtù . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
A voi devotamente ora sospira
l'anima mia . . . . . . . . .[24]
Poi disse fra se — “Ogni istante il cielo ne schiude il tesoro de' suoi prodigi, e i nostri occhi fissi e invetrati non sanno levarsi da questa terrena bassura per contemplarli? Quante volte il pio terror della notte si dileguò sopra il nostro capo senza avervi destato un sol pensiero? Quante volte la natura operò meraviglie dinanzi alla cieca umanità? — Toglietevi dalle piume, o voi cui il dolore non concede riposo: trascinatevi ad uno spiraglio, da cui si veda la notte; e lo splendore degli astri vi solleverà da questa terra, dove le vostre lacrime hanno fecondato le spine, e su cui vi trascinate come i vermi. L'origliere non dà alla vostr'anima trambasciata che la breve tregua del sonno; men calmo forse della morte, poichè turbato da fantastiche paure.... Qui ogni miseria vostra svanirà: qui vedrete Iddio nell'infinita bellezza dell'opera sua. Stolti! per aver pace, interrogate le strane inezie del caso; vi commovete al crepitar della fiamma, al cader d'una foglia, all'apparire di un insetto: e non stupite davanti alle meraviglie del cielo!...„
Curvo presso il parapetto del balcone, col capo appoggiato alla mano, e il braccio steso sul davanzale, stette egli lungamente contemplando quella scena. — L'aria, flagellandogli il viso, temperava il ribollimento interno, cagione della febre e dell'insonnia. La vista della natura placida e serena gl'infundeva nell'animo una dolcezza così nuova ed arcana, che mai non provò l'eguale. L'armonia di un caro nome si mesceva al queto alitare della brezza; e i due suoni concordi si confondevano in uno solo. Due begli occhi neri evocati dall'accesa fantasia, brillavano come le stelle; e le stelle, e quegli occhi, avevano di comune un fuoco vivo ma casto e temperato, che giunto al cuore l'inondava di delizie e di speranze.
A quella vista, la sua mente andava spaziando più libera e padrona di sè. — Il cuore, prima angustiato ed inerte, pulsò con un ritmo celere ed eguale. Non era febre, ma raddoppiamento di vita. Di pensiero in pensiero, egli varcò i gradi di un immensa scala piantata nel fango delle cose terrene e diretta al cielo. Le idee non seguivano un corso ambiguo, e sconnesso, ma fluivano placide ed ordinate, sicchè per esse ei percorreva a rimorchio con impulso propizio la corrente dei fatti, e dagli effetti ascendeva a riconoscere le cause, fino a scoprire la cagione delle cagioni.
Toccata quell'altezza, oh, come gli parve piccolo il mondo! Con quanta pietà guardò egli l'angusta cerchia de' suoi dominii! Con quanto dolore ravvisò le interminabili gare degli emuli, che per usurpare il patrimonio della patria antica, ne facevano a brani gli avanzi! Una scena di desolazione gli si aperse sotto agli occhi. — Qua vide province e città, crudelmente separate da confini arbitrarii, non voluti nè difesi dalla natura, ma assiepati d'armi venali e straniere. Là, campagne bianche d'ossa insepolte, che nel silenzio della notte si cercavano e si riunivano per sorgere, spettri vaganti e terribili, ad imprecare contro i fratricidi. — Erano quelli gli avanzi dei seguaci d'una fazione che, nel bollore delle ire di parte o nell'accecamento dell'ambizione, vennero, trucidati come nemici, mentre erano fratelli, figli di una madre comune. — Le tante vittorie cui aveva assistito gli parvero allora più inonorate delle sconfitte; l'ebrezza passaggera del vincitore ben più deplorabile che il silenzio e la vergogna del vinto.