Il ponte di legno che congiungeva la strada di Corte Olona era stato abbattuto dalla piena: però sulla riva destra un mucchio di pali, di tronconi e di tavole, avanzo della ruina, teneva in rispetto l'acqua, che stendendosi in un ampio stagno, poteva servire ai nostri rematori come porto di scarico. Di là, il conte spedì Ranuccio al borgo vicino per avere un altro mezzo di trasporto. Ranuccio, che pure non sapeva nè cercava di sapere chi fosse colui che gli impartiva i suoi comandi, corse o meglio volò, e con una prestezza meravigliosa fece ritorno al suo posto, conducendo seco una lettiga a due muli. — Il buon uomo soleva dire che anche i signori sono prossimo, e che bisogna far loro del bene, ancorchè essi non ne facciano sempre e sufficentemente ai poverelli. — Del resto, il giovare a tutti era il suo gusto; e, nella varietà dei gusti umani, questo non è per certo il più comune, nè il meno pregevole.

Quando il convoglio giunse al castello, il sole era alto. I cortigiani, informati della mattutina partenza del loro signore, erano in volta cercando, interrogando, discutendo con quell'aria sollecita che può essere figlia tanto del più tenero affetto, come della meno pietosa curiosità. I messi spediti su diverse strade per esplorare e riferire, erano tornati, più o men presto, ma tutti scarichi di notizie. Alla fine arrivò la lettiga; e a fianco ad essa il conte. Ma il fatto non bastò a calmare gli spiriti della ciarliera bruzzaglia. Gettando gli occhi su quelle cortine abbassate, ognuno avrebbe voluto possedere una magica visione per attraversarle. — Ma dove non giungevano i sensi, correva di galoppo la fantasia. Chi credette trovarvi una vittima posta in salvo; chi il trofeo di una vittoria recente. Taluno assicurò che era una fanciulla rapita altri un fuggiasco raccolto. In somma tutti avevano un commento ed un'ipotesi e molti vagavano dall'una all'altra, quasi cercassero la più stolida per attaccarvi le fila della abituale maldicenza.

LXXV.

È bene, o lettore, prevenire un'osservazione che di leggieri potrebbe cangiarsi in accusa.

L'accidente che guidò il Conte di Virtù a Campomorto è molto, è troppo simile a quello che condusse Agnese Mantegazza al castello dei Visconti.

Il primo, perduto in una foresta, fu raccolto semivivo da una mano pietosa, che gli diede ospitalità, e lo richiamò alla vita. L'altra in uno stato non meno grave, in un luogo non meno deserto, è messa in salvo dal suo amante, e gli divien ospite nel suo castello. I due fatti si rassomigliano non solo, ma l'uno tien dietro all'altro sulla stessa carriera, come una linea prolungata col regolo. Il caso non si compiace di architettate simmetrie. Le creazioni della natura hanno un'impronta di varietà, che rifugge dalle linee combinate e regolari.

Tutto ciò è vero; e se l'autore della cronaca fosse poeta, o romanziere, avrebbe dovuto evitare un avvicinamento di fatti simili che tolgono al racconto la ingenua vaghezza della verità.

Non tacerò quindi che, in vista di tale inconveniente, fui tentato di pigliarmi una licenza, sostituendo ima pagina di mia invenzione al foglio sbiadito e polveroso della cronaca. Ma la tentazione non escì dal novero dei peccati di pensiero. — Dopo aver accompagnato il nostro vecchio narratore per un buon tratto di strada con una docilità pedissequa, mi parve scortesia lo sciogliermi da lui, e tentare un'altra via, per quanto mi potesse sembrare meno aspra. Pensai oltracciò che il proposito di vestire la roba altrui di forme più dilettevoli m'imponeva degli oblighi, che Dio sa se avrei saputo mantenere. — Dubitando di poter far meglio colla scorta della fantasia, ho dunque preferito di lasciare tutta la responsabilità della storia all'obliato cronista, cui quattro secoli di silenzio devono aver meritato un po' di rispetto. Nè ora nè poi, per essere dilettevole, vorrò divenire meno veritiero. Posto ciò, il lettore, che forse ci aveva preso entrambi in sospetto nel vederci condurre i due nostri protagonisti sur una sola via di sventure, si riconcilierà con noi, pensando che la natura, sempre varia e nuova nelle sue opere, si compiace talora, in via di eccezione, di sembrar piccola, stentata, simmetrica. Chiedete al pittore se non osservò mai il cielo posseduto da due nubi foggiate e colorite ad un sol modo; dimandategli se, gittando a caso un drappo sul suo modello di legno, non vide escirne pieghe appajate e simiglianti?

LXXVI.

Sulla bassa ora di quello stesso giorno capitò al castello un altro individuo di nostra conoscenza, e cadde in mezzo a quella turba di volti imbronciati come un tizzone acceso fra le stoppie secche. Era costui Medicina, partito da Milano per avviare un'impresa ordinata da Barnabò Visconti, e giunto al castello del signor di Pavia per compierne un'altra di suo privato interesse. In un giorno quel furfante aveva vestito tre assise, e militato sotto altretante bandiere. Lasciò la città quale sgherro dei Visconti, giunse a Campomorto come un avventuriero che piglia a cóttimo le vendette di un potente, ed ora toccava l'ultima meta in questo castello, quale umile servo di un altro padrone.