Fra i libri (per non parlar de' classici greci e latini, che s'andavano moltiplicando nelle biblioteche de' monasteri, e tacendo de' pochi che per ridonar vita alle scienze, raccoglievano i briccioli sconnessi dell'antica filosofia) fra i libri, dico, non v'era gran cosa a scegliere: ancorchè la lingua vulgare avesse già raggiunto la pienezza della sua vita, e fosse divenuta, come ne dice l'Alighieri, la favella “non esclusiva d'alcun paese, propria di tutti i dotti d'Italia„[2].

Già esistevano la divina commedia, e il canzoniere; ma queste sublimi creazioni, che gittavano le basi tanto solide e benaugurate della nostra letteratura, mancavano di mezzi per diffondersi e rendersi popolari. Le scarse e scorrette copie bastavano ai pochi educati a comprenderle: anzi l'alimento spirituale soverchiava lo svogliato appetito degli intelletti. Tanto è ciò vero, che del poema di Dante, per buon numero d'anni, non si conobbe che la prima parte: il resto aspettava chiosatori, copisti, e, più che altro, menti idonee alla lettura, capaci di interpretarne il senso.

Anche prima di quest'epoca però, la parola, se non esercitava tutto il suo impero sulle menti e sul cuore d'un popolo inselvatichito, lo conservava almanco sui sensi; perocchè dove il cielo è splendido e la natura ridente, l'uomo, anche fuor d'ogni educazione, apprende a gustare il bello, e s'avvia grado grado, quasi per istinto, al culto delle arti. La soavità del provenzale e del rustico romano, l'intercalato ricorrere delle rime; la temprata misura del verso lasciavano freddo il cuore, ma allettavano l'orecchio. Le attonite plebi, adescate da melodie incomprese, accerchiavano volonterose i reduci di Francia o di terra santa, che cantavano nelle trovate gli amori e le imprese de' cavalieri.

I legami sociali, in que' secoli, erano allentati in ragione appunto della poca civiltà; (se pure è vero, che la civiltà giunga sempre al suo scopo di unificare la famiglia umana, stringendone i rapporti ed accomunandone gli interessi). Ben più certo si è che in niun'epoca come in quella, si vide l'arte della parola, divenir l'opera di lavori associati, come avviene delle industrie della mano.

I primi poeti, che creavano una favella ed una letteratura senza pure saperlo, non elaboravano frasi e parole nel secreto del loro telonio, curvi ad uno stipo, col capo nel palmo di una mano, carteggiando coll'altra i codici della lingua; ma sfringuellavano per lo più all'aperto, inspirati dall'aria libera e dal sole, e in mezzo ad una folla di emuli; quasi che gli sforzi de' singoli, raccolti in uno, riuscissero a dare un miglior sviluppo all'impresa.

Questo accomunarsi aveva un'altra ragione. — Quando si vede uno stormo di passeri piombiare all'improviso sul piano, ognuno asserisce, che là vi deve essere l'aja o il seminato. — Per una pari induzione, ne' secoli scorsi, l'assembrarsi de' trovatori lasciava indovinar vicina una corte bandita. Il giullare, se ha fame, canta; ma ben pasciuto gorgheggia a ricisa; egli non è mai avaro di sè. — Infatti, allorchè Raimondo principe di Linguadoca si mostrò liberale verso i trovatori, questi convennero in folla alla sua corte, e lo pagarono a mille doppii della lena, che la regale munificenza loro aveva ridonata. Riuscirono pertanto a fondare presso di lui la prima academia di dotti, ove i discepoli della gaja scienza gareggiarono nell'illustrare con soavissimi canti un eterno paradiso d'amori, di feste, d'imbandigioni.

Farà meraviglia il sapere che le poetiche fole non riescissero a noja dello stesso Federico Barbarossa, allorchè si dava gran pensiero d'assestare, come ognun sa, le cose d'Italia. Poteva allora ripetersi ciò che Orazio disse della Grecia, “che la terra vinta domò il suo feroce vincitore„.

Giovati dalla loro mitezza, e più benemeriti delle lettere italiane, furono i re di Sicilia Federico e Manfredi. Questi incoraggiarono le palestre erudite, e tennero splendide corti d'amore; talora ricreandosi allo sfoggio de' più carezzevoli concettini, tal altra tentando essi pure l'arduo sentiero d'Elicona. Sull'esempio dei grandi principi gli stessi tirannelli si diedero a blandire la genía de' trovatori, per esserne alla loro volta blanditi. Nominiamo fra questi gli Estensi, e per non parlar d'altri, quella fiera insaziabile di Ezzelino, che mentre decimava col patibolo le popolazioni, rinveniva dal suo furore, e sorrideva al patetico canto di Sordello, come Saulle all'udir l'arpa di Davide.

Per tal modo, le aule de' principi erano, se ci è lecito il dirlo, le grandi officine, ove si perfezionava quella lingua perciò detta aulica o cortigiana[3] ed i trovatori gli operai, che la elaboravano; mentre i menestrelli, più degeneri adepti delle muse, la spacciavano al minuto pel popolo. Il cantar versi era dunque un mestiere; e qual mestiere! giacchè, per dir tutto, scese ad essere non altro che una squallida forma della mendicità. Sulle soglie de' palagi o tutt'al più nel tinello, sui mercati o nel trivio, si vedevano rapsodi cenciosi ed affamati, che strimpellando note sulle tremule corde, cantavano questo o quel brano di poesia, movendo a pietà i passaggeri, e accattando il pane. — Povere lettere, la lira d'Euterpe, in mano a costoro, era divenuta l'ignobile colascione del paltoniere! Ma intanto i primi vagiti della nostra letteratura mercè loro si diffondevano per tutta Italia: e i poveri cultori di essa, che per aggiungere qualcosa del proprio alla merce altrui, s'ingegnavano di spiegarne il senso con chiose e racconti, e d'imprimerli nella memoria degli uditori, sposando la parola al ritmo delle melodie popolari, erano i più solerti propagatori di quella soavissima favella, che allora nasceva a tante splendide glorie. — La fame che aguzza l'ingegno, faceva per tal modo anticipatamente i buoni officii della stampa.

IX.