L'infanzia d'Agnesina (tale era il nome della fanciulla) fu, come spesso, una serie di giorni sereni colle rade vicende di lievi rabbuffi, inseparabili da una educazione amorosa e severa ad un tempo. — Suo padre, benchè inclinato all'indulgenza, non spingeva la tenerezza fino al punto di divenir cieco sui difetti della bambina. Egli poneva tutto il suo amore a svolgere nel cuore e nella mente di lei le virtù materne.

Agnesina era bellissima; guardandola pel minuto rassomigliava molto alla madre; gli occhi avevano la stessa forma, la stessa tinta; era simile il contorno del volto, pari la soavità del sorriso. — Ma la bellezza di costei aveva qualcosa d'essenzialmente proprio. — Le gote assai colorite e lo sguardo sicuro e penetrante le davano un'aria alcun poco maschile. Un non so che d'avventato e di fiero rivelava un carattere forte ed una volontà decisa. — Non mentivano gli amici di Maffiolo quando gli dicevano, che Agnese riuniva in sè i pregi dei due sessi. E infatti il presagio s'andava ogni anno confermando. La fanciulla aggiungeva ad una beltà sempre crescente una prontezza di spirito ed una vigoria di membra non comuni al suo sesso. Sfuggiva volontieri alla vigilanza della sua governante: ne' giochi non isdegnava associarsi ai fanciulli coetanei; onde, spregiate le bambole, sovente pigliava spasso alle infantili finzioni di opere vigorose ed ardite. In ogni esercizio del corpo, essa non era meno snella nè meno audace de' suoi compagni. Le gonne non le davano impaccio a correre ed a saltare; seguiva sempre i più audaci, e faceva coraggio ai più timidi. Se qualche volta la sua storditaggine le fruttava una caduta, oppure qualche graffiatura o ferita, sapeva nascondere a tutti l'inconsideratezza e il castigo, e dissimulava il dolore ed il sangue con una forza d'animo superiore alla sua età.

Quando poi era sola o rifinita di forze, piuttosto che rimettersi in balía della governante, amava introdursi nello studio del padre ed assistere alle sue letture. Ci è lecito dubitare che ne comprendesse per intero il senso: forse le bastava di connetterlo a modo suo dietro qualche frase o parola meglio intesa; forse anche si compiaceva soltanto di gustare la tuonante magniloquenza de' dialettici, o l'armonia dei poeti provenzali.

Ma quando poi udiva ripetere in iscorrevole vulgare le storie di magnanime gesta, d'imprese generose, oh con quant'anima ella vi pigliava parte! Come era commossa al sentir narrare le sciagure della gente virtuosa; come s'irritava alla consueta tirannia de' potenti; con quanta sospensione d'animo attendeva lo scioglimento del racconto; e se vedeva premiato il buono, e punito il malvagio, oh come le sgorgavano libere e soavi le lacrime!..

Questo ritorno alla squisitezza de' sentimenti muliebri non era frutto soltanto di una fantasia fervida e subitanea. — Le impressioni ricevute dalla lettura o dai racconti duravano in lei il tempo necessario a toglierle il riposo, ad interdirle le solite ricreazioni, a renderla, lunghe ore, intieri giorni, impensierita e silenziosa. Gli accessi di sensibilità non si restringevano ad un cruccio intimo ed infecondo di buone opere; poichè a temprare lo strazio, cagionatole dal male altrui, usava dell'unico ed infallibile rimedio: quello d'alleviarli con quanti mezzi fossero in poter suo. E siccome non sempre giungeva a recar consolazione a chi le aveva cagionato dolore, pagava il suo debito di carità verso la sventura ovunque ella fosse, dove prima l'incontrasse. — La fanciulletta aveva, nell'ingenuo suo linguaggio, parole di conforto per tutti: la sua era l'eloquenza, che conosce le vie del cuore; quella che tempera i mali altrui col dar certezza d'averli almanco compresi, col ridestare la speranza in chi soffre; alla peggio, coll'associarsi a lui nella preghiera e nel pianto. Alla miseria positiva e materiale soleva offrire più facile ed adequato soccorso; si spogliava con spensierata prodigalità di quanto era suo proprio, per fino de' più cari oggetti, de' più vagheggiati giojelli; taciamo delle molte volte, che divideva col povero, non veduta da alcuno, la refezione ed il pane.

Queste erano le sue gioje delle ore tranquille. — La solita pompa di trastulli, d'ornamenti, di vezzi, le tante inezie, sì care all'età sua ed al suo sesso, non erano cose per lei. — Ristorato l'animo con una buona azione, Agnesina tornava ad essere la storditella di prima.

Poco o nulla aveva ad operare l'educazione sul suo cuore, poichè esso era ottimo; ed ogni studio doveva riporsi a conservarlo tale. Quanto a domare alcun poco l'inconsideratezza del suo carattere, meglio ch'altro, valeva il crescere nell'età. Sui dieci anni, infatti, ella aveva perduto pressochè interamente quel fare baldo ed irrequieto, sì disdicevole ad una fanciulla; ai dodici, era divenuta tanto composta e riservata da essere modello alle compagne. — Ma il suo cuore era sempre lo stesso: anzi quell'imbrigliare ogni sua libera manifestazione, non faceva che infervorarne vieppiù i sentimenti, e renderne più validi e durevoli gli slanci.

Meno facilmente essa giungeva a contenere, entro gli angusti confini della feminile cultura di que' poveri tempi, la sua sete di cognizioni; la quale era in lei fatta più imperiosa dal non comune accoppiamento di un intelletto maschio, e di una fantasia vaporosa ed effrenata. — La smania di vivere fuori del mondo reale, nelle vicende vere o sognate degli eroi e de' cavalieri, aveva fino ad una certa età trovato pascolo nelle narrative delle fantesche; ma ben presto il loro corredo di panzane s'era esaurito, ed i racconti riescivano stucchevoli e scolorate ripetizioni.

Per servire al suo ardente desiderio, con una rara prontezza si fece esperta nel leggere, dote rara a que' tempi, nelle donne sopratutto; l'intelletto suo, senza gravi studj, le aperse la via a comprendere le fatte letture, e la feminile astuzia le insegnò l'arte di procurarsi un pascolo allo spirito, anche fuor di quello che il padre con rigida parsimonia, dopo aver scelto e vagliato, le concedeva per passatempo.

VIII.