V'erano taluni, pochissimi però, che, vivendo da anni alla corte, ed avendolo conosciuto fanciullo e giovinetto, non dividevano il comune pregiudizio. Costoro avviluppando il loro pensamento in una reticenza, spesso giudicata come espressione di una servilità che ammutisce quando non può in niun conto adulare, s'accontentavano di crollare il capo, dicendo “vedrete a suo tempo:„ e costretti a spiegarsi più chiaramente soggiungevano: “colui sa pelar la gazza senza farla stridere.„ Questa sentenza s'appoggiava a poche ma abbastanza valide ragioni antecedenti.

All'anno cui risale il nostro racconto, Giangaleazzo varcava il quinto lustro. Solo poco tempo prima, quando viveva suo padre, essendo da lui rivestito dei diritti sovrani sopra una parte dello stato, si era mostrato generoso e sprezzante d'ogni pericolo, armeggiando contro Ottone marchese di Monferrato e contro gli Inglesi capitanati da Hawkwood; ma la fortuna, negandogli la meritata, vittoria, aveva cancellato dalla mente del popolo, che giudica sempre dal successo, la ricordanza delle sue prove di valore. Quelli, che non s'erano dimenticati come fino dall'adolescenza si mostrasse amicissimo dei dotti e fautore de' buoni studj, asserivano non potersi chiamare uomo da poco colui che dettava di ragione civile con Baldo e Fulgoso, che discuteva di filosofia con Ugo Sanese, d'astrologia giudiziaria con Biagio Pelacane, di belle lettere con quel Piero Filargo, da Candia, grecista riputatissimo, che s'acquistò più tardi la tiara sotto il nome di Alessandro V. — Ma vantar studii e cultura con un popolo ignorante era, ed è, come parlare di bei colori a un cieco nato.

I pochi suoi ammiratori, salendo a ritroso il corso della sua vita, vi rilevavano fino dai primi anni alcuno di que' tratti che non lascian dubio d'ingegno svegliato e di ferma volontà. Fra i molti che non sfuggirono alla penna de' cronisti, trascrivo il primo, che richiamò l'attenzione di tutti sulla puerizia di lui, e fece concepire a suo riguardo le più belle speranze.

Dicesi che essendo egli fanciullo di soli cinque anni, si spingesse un dì per curiosità nella gran sala ove sedevano a consiglio i ministri di suo padre. Interrogato da costui quale fra que' grandi riputasse il più saggio, il fanciullo, girato lo sguardo, ed esaminato il viso d'ognuno, additò il Petrarca. Della qual scelta essendo grandemente lodato dal padre e dai cortigiani, prese coraggio, e, fattosi incontro al poeta con molto garbo e con fanciullesca ingenuità, gli stese la mano e lo condusse a sedere sul trono del principe.[8]

Questo ed altri simili fatti, il suo amore agli studj ed il suo valore sul campo, non avevano perduto ogni prestigio sull'animo di alcuni; ma i più, dimentichi de' vecchi racconti, o non curandoli, o valutandoli col proverbio, che i frutti primaticci uccidono la pianta, guardavano al presente sbiadito e vuoto, e giudicavano il conte colla più ovvia delle ragioni — l'attualità de' fatti.

Giangaleazzo, l'abbiam detto, aveva il suo perchè nel lasciar che il mondo non s'occupasse di lui.

XIV.

La comitiva dileguossi a briglia sciolta pe' campi. I più abili cavalieri facevano prodezze sulle loro cavalcature, ora reprimendone i salti e le corvette colle trinciate, ora lanciandoli, colla voce e collo sprone, a saltar fossi e sbarre, ed a raggiungere pei primi e di tutta carriera una meta fissa. — Più tranquilli dietro loro procedevano in ragione d'anni e di prudenza i personaggi gravi e i vecchi cortigiani. Montati su mansuete chinee, e più o meno bene seduti in arcione, si tenevano all'ambio, e s'avanzavano di conserva ragionando fra loro del tempo e dei tempi, plaudendo alle nobili gare della gioventù, deplorando la mancanza delle dame, e facendo eco alle parole del principe ogni qual volta accorreva in mezzo a loro, e risvegliava le morose cavalcature collo scalpitare del suo destriero. — Non s'era mai veduto Giangaleazzo tanto ilare come in quel dì. La sua fronte era spianata; aveva il sorriso sulle labra; motti e cortesie per tutti.

Giunto il principe nel luogo più opportuno alla caccia, si suonò a raccolta; ed i drappelli dispersi risposero alla chiamata in un istante. — Scavalcarono i più, affidando le briglie a' scudieri, poi ruppero in brigatelle, camminando per ischiere lungo la campagna. — Tolti i guinzagli ai cani, si distribuirono i falchi. Se vi fossero state dame, nulla di più cortese e di più conforme all'uso dei tempi che il presentare ad esso i migliori. Tra' cavalieri, ognuno a caso o secondo il proprio gusto scieglievasi il suo. Que' di Norvegia bianchi come colombe, ed adorni di giojelli al collo ed agli sproni, erano serbati pei personaggi più distinti: gli spennacchiati e dormigliosi, poco più destri degli allocchi, si regalavano ai giovialoni, per farne argomento di risa. — I superbi animali ergevano la testa, sparnazzando e battendo il becco di sotto al cappuccio, che si faceva scender loro sugli occhi onde renderli più avidi di luce e di preda. — Chi voleva dar prova d'intendersi di caccia, pigliava il falco sull'indice della destra, e lo rivolgeva contro il corso dell'aria; se esso, rialzandosi forte sul petto, sapeva star saldo al posto, v'era ogni ragione per crederlo ottimo predatore.

I cani erravano qua e là pel piano, per le fratte, cercando, frugando, seguendo al fiuto le peste del selvaggiume. Quando s'arrestavano d'improviso coll'occhio fisso, e coll'orecchio teso dando indizio di vicina preda, “in guardia, — sclamavano i più vicini — Atteone punta, Diana dimena la coda, mira come que' bravi distendono il corpo, come fissano ed accennano il covo„. Allora era un leva leva tra' cacciatori; il dar comando ai cani di scovar la preda, il togliere cappuccio e correggiuolo a un falco, erano un punto solo. Questo, in men che io nol dica, pigliava il volo, raggiungeva il selvaggiume, e ghermitolo piombava, o cadeva con esso a terra, “Bravo, bene, che superbo colpo!„ gridavasi da ogni parte, se il predatore era stato pronto a ghermire ed a rendere la preda, e sopratutto se la cedeva intatta. Quando, compito il dover suo, ritornava alla mano del padrone, e rassegnavasi al cappuccio ed al geto, lo si regalava d'una imbeccata; se era stato indocile o vorace, lo si puniva, con un tuffo nell'acqua fredda.