Tali vicende, con un corredo di mille episodi serii e burlevoli, durarono tutto il mattino. I carnajuoli dei cacciatori erano il più bel trofeo della giornata. Di tratto in tratto si vuotavano per appendere su di un carro costrutto all'uopo starne, beccacce, gallinelle, pernici, lepri e lontre ed altri animali, che favoriti dalla legge e dalla natura del suolo, non emigravano dai nostri paesi come oggidì.

Ma la lena de' cacciatori pel caldo e pel lungo camminare erasi rallentata non poco. I cani marciavano raccolti, col muso basso, colle lingue arse e penzoloni; qua e là i cacciatori, ove appena lo permettesse l'ordine della marcia, sedevano all'ombra, ad aspettare i compagni.

Al varcar la proda di un bosco, tornò gradito a tutti il vedere levata in mezzo ai campi una tenda, sotto cui era imbandita una sontuosa mensa. I paggi destinarono i posti, e diedero l'acqua odorosa alle mani de' cavalieri; questi poi s'affrettarono a far onore alla tavola, sparecchiando. — Il rapido succedersi di ghiottornie, d'intingoli, di frutti d'ogni paese, d'ogni genere, la vaghezza delle vivande o sparse di sapori colorati o ricoperte di foglie d'oro e d'argento, e più ch'altro la copia e la generosità de' vini, che, con frase consacrata, potevano chiamarsi topazi o rubini fusi in coppe di cristallo, ridonarono ben presto ai commensali la perduta vigoria, e ristabilirono il primiero buon umore.

Intanto i valletti ed i cacciatori, ritirati i falchi ed appajate le mute stanche, apprestavano cani ed armi proprie ad altra caccia più importante. Era ordine del Conte, che il dì inanzi si aprisse lo steccato delle fiere, e si mettessero in libertà i due più grossi e feroci cinghiali. — I boscajuoli armati di puntoni dovevano aizzarli, e metterli in fuga; studiarne poscia le peste e riferire al mattino, dove press'a poco, si fossero annidati.

Ciò fu eseguito appuntino — Tolte le mense, ogni cavaliere riprese la propria cavalcatura, al cui pettorale era stato affibbiato un mantello svolazzante, cautela di uso onde difenderne le gambe dai morsi della fiera. I cani destinati a scovarle ed a metterle al corso, fossero segugi o bracchi da séguito, portavano collare a sonagli; gli alani, istrutti ad arrestarla ed a combatterla, l'avevano ferrato e guernito di punte acute.

“Da qual parte?„ — chiesero i cavalieri poichè furono in sella ed ebbero impugnato un'asta colla cocca di finissimo acciajo.

“Dal lato della fornace,„ — rispondevano i valletti, segnandone colla mano la direzione. — I più esperti sfilavano di trotto; i prudenti si dimenavano in sella cercandovi l'appiombo, e pigliando pretesto d'ogni cosa per lasciare ad altri il vanto ed i pericoli dell'antiguardo.

“I signori si tengano vicini gli uni agli altri; disse loro il capo della caccia, — perchè i vecchi scaltri fanno talora il sornione, se ne stanno appiattati, e rimontano cheti cheti la via.„

All'apparato, alle armi, alle parole de' cacciatori, che vantando le gesta del mestiere non ne dissimulavano i pericoli e le difficoltà, alcuno tra que' signori, quelli precisamente che avevano spiegato il maggior valore a tavola, sentirono inagrirsi sullo stomaco le delizie di essa.

Partirono essi pure per ischiera, ma alla retroguardia; solo uno, il più prudente, uno di coloro che nella folla de' cortigiani sogliono essere tollerati quando giovano a riempire una lacuna, chiamato a sè un cacciatore, quello che gli aveva mostrato un poco di pietà nell'ajutarlo a salire in sella, gli disse: