“Non può essere, continuò ella che il più innocuo animale smarrito da qualche mandriano erri pel bosco? io, io tremerò perchè esso non mi risponde? Pazza che io sono.„ — Ed impadronendosi di questa ipotesi colla ostinata tenacità di chi sommerso nell'acqua abbranca un virgulto, sentì rinascersi in cuore la fiducia, anzi la certezza del proprio salvamento.

Ma il conforto non durò che pochi istanti; quanto ancora durava l'ignoranza della causa vera di quel trambusto. Il cuor suo aveva providamente goduto quel po' di tregua per prepararsi ad una scossa più forte.

Infatti una pedata pesante, un fiatar greve, un rantolo profondo precedevano la comparsa dell'essere misterioso. — Le fronde e gli arbusti s'aprivano al suo passaggio. Già ne esciva un orribile teschio, un grugno nero, lurido, zannuto: il grugno d'Egeone.

La donna a quella vista credette gettare un grido e chiamar soccorso; ma le sue fauci strozzate da uno spasimo convulso non mandarono che un debole lagno. Volle correre, volare su quella china, e le sue gambe irrigidite non marcavano che passi lenti ed incerti. — L'istinto materno la chiamava a proteggere il suo bambino, od a dividere il pericolo con esso lui; ma una mano di ferro la tratteneva inerte al suo posto.

“O Madonna santissima, ajutatemi voi! sclamò la poveretta, giungendo le mani in atto di preghiera — O me tapina! la mia creatura! Gesummaria, Gesummaria!„

La sua situazione divenne ancora più deplorabile, da che le si aggiunse lo sgomento d'essere a un filo di perdere i sensi. Già s'accorgeva che le sue membra non le obbedivano. Mentre la tenerezza materna metteva nell'animo suo quella febre, che centuplica il coraggio, era pur doloroso l'accorgersi, che le forze venivan meno, che essa forse sarebbe stata spettatrice inerte di una scena di sangue.

Pure ne' momenti gravissimi, un estremo comando della volontà può operare prodigi, e vincere anche le leggi della natura. — Il perchè ella giunse a dominare sè stessa, e non svenne; un calore nuovo ravvivò, come per prodigio, il suo sangue aggrumato, e lo diffuse per tutte le membra! — Potè quindi rialzarsi, tentar alcuni passi, correre difilata sul pendio. Già non era lontana dal bambino, che uno stendere delle braccia, quando, ahi poveretta! un passo falso la fece traboccare, nel momento appunto, in cui l'orribile belva s'arrestava a fiutare il corpo del piccolo dormente.

CAPITOLO TERZO

XVII.

Dicesi che la Venere di Cleomene non sia il ritratto di un'unica bellezza, ma il riassunto di quante esistevano a' suoi dì in tutta la Grecia. La natura ci negò dunque un tipo vivente di ciò che lo spirito umano sa concepire di più bello e sublime; ma nell'offrirci all'incontro qualche esemplare di quanto vi può essere di più sozzo e ributtante, eguagliò, se non vinse, le creazioni della più bizzarra fantasia.