Povera fanciulla! la perdita del poderetto le aveva cagionata la morte del padre, questa la conduceva alla più squallida miseria. La taverna fu chiusa, e l'orfana, portando seco il tenuissimo avanzo del suo patrimonio, trovò un rifugio mal sicuro in una lurida soffitta. Coloro, che tante volte l'avevano festeggiata, e che conoscendola sì bella e sì ben proveduta posero gli occhi su lei, e se l'augurarono in isposa, scomparvero tutti, quando della sua doppia dote le restava soltanto la più caduca. Il destino che sembrava averla condannata al più terribile isolamento, non riempiva l'eterno vuoto della sua esistenza che coll'imagine spaventevole del ciurmatore. Fosse caso o studio, ella doveva sempre incontrarlo.

Circa un mese dopo, ritornando sull'imbrunire alla sua stanza, trovò l'uscio mal rabbattuto. Lo scosse spaventata, entrò, e si vide dicontro Medicina.

Stremata dai lunghi patimenti, e certa dell'impossibilità d'avere soccorso, non ebbe nè la forza per resistere, nè la destrezza per fuggire. Mise un debole grido, e cadde svenuta sul pavimento.

Il ribaldo si dolse di quest'accidente perchè dinanzi ad un corpo inanimato non poteva vomitare quel veleno di vituperj e d'oltraggi, che da lungo tempo gli pesava sul petto. — Pel resto!..

Ma la providenza vegliò ancora su Maria.

Mentre lo scelerato, alla luce sinistra di un lumino da lui acceso, ritto della persona, coll'occhio torvo e le labra atteggiate all'insulto, stava contemplando la vittima, ormai tutta sua, che non gli chiedeva più nulla, che tutto abbandonava indifeso, s'udì al di fuori un alternare concitato di passi, come d'alcuno che s'affrettava ad arrivare.

Medicina si pose in ascolto, sospettò, comprese. — Trasse dal fodero un coltellaccio, spense il lumino, e si mise in guardia.

Un giovinetto, tenendo in una mano una lanterna cieca, nell'altra un pugnale, passò la soglia della stanzetta, e drizzò un raggio sul volto di Medicina. Non gli fu mestiero di guardarlo a lungo, perchè l'aveva veduto entrare pochi istanti prima. Ma quella luce era il giudizio del colpevole; al giudizio tenevano dietro la sentenza e la pena.

Le lame de' due armati s'incrociarono in una lotta breve, ma decisiva. Pareva che il coltello dell'assassino non avesse nè filo, nè punta; strisciava di piatto sulle carni del giovine, senza recargli alcun danno. L'altr'arma invece, guidata da più che disperato ardimento, s'aperse strada nel petto dell'assassino e lo ricacciò, come morto, sul suolo.

Il liberatore prestò a Maria i soccorsi necessarii per richiamarla ai sensi. — Quando la fanciulla rinvenne, si trovò sdrajata sul letto, e vide al suo fianco il giovine che la vegliava. I tratti di quel volto non le erano ignoti; ma un piglio franco e pago di sè dava a quelle sembianze un rilievo di vita affatto nuovo. Lo guardò meglio, lo riconobbe — era il garzone della taverna. Il poveretto non s'era avveduto della bellezza di Maria, e non aveva neppure sognata la felicità di poterla amare. Ma quando, separato da lei, si trovò d'esserle eguale almeno nella povertà, la trovò bellissima, e l'adorò in secreto. In faccia alla figlia del suo padrone egli non aveva mai osato levare lo sguardo; dinanzi all'orfana infelice, derelitta, trovò un ardimento tutto nuovo, e volle e seppe essere il suo angelo tutelare. Ricco le avrebbe offerto gli agi della vita, un compenso almeno ai molti rovesci della fortuna; inetto a tanto, s'accontentò di vegliare alla sicurezza di lei, pensando, nella sua giovanile sagacia, che la bellezza accompagnata dall'inopia è spesso troppo difficile carico alla virtù. — Il garzone rimase, quanto era necessario, vicino alla sua antica padrona, ma al momento di separarsi, non ne provarono dolore, giacchè entrambi spontaneamente ad una voce si dissero; a rivederci. — Maria volle compensare il suo liberatore accordandogli la mano ed il cuore. Questi disse che il premio era troppo grande, ma l'accettò con tal gioja, che non si può descrivere.