Passò quindi Medicina dalla casa del Conte di Virtù a quella di Barnabò Visconti, e, pel merito di varie commendatizie, vi fu ricevuto come dotto in astrologia e negromanzia; carica in quel momento vacante alla corte. Ivi, supplendo ai diplomi coll'ir tronfio e col largheggiare di buoni augurj, acquistò credito a segno da far dimenticare i troppo mesti responsi di Andalone del Nero, astrologo di Luchino: il più celebre, che mai s'avesse un principe di quel secolo.
Barnabò, che non credeva ad altri fuorchè a se stesso, e non accordava a chicchessia il diritto di volgergli un consiglio, perchè avrebbe temuto di perdere il diritto di scapricciarsi a talento, aggradiva le parole di Medicina come lazzi da buffone; e, vantandosi d'ignorare fino l'alfa della scienza, ne conculcava i principii, e ne derideva le applicazioni. Per tal modo, la vuota dottrina de' suoi soggetti (perchè il nome del principe escisse dalla folla) lo costringeva a proclamare un'ignoranza, che, per caso, era principio di vera saggezza.
Medicina accumulava in sè i mestieri e gli stipendj. Al lucro fisso del suo impiego nominale, Barnabò aggiungevagli qualche straordinaria largizione, quasi a compenso di martoriarlo colla sua incredulità: ed oltre ciò, onorandolo del nome di sollazzevole buffone, gli soleva dire che la sua dottrina gli andava a sangue, perchè un dotto meno geloso della dignità della propria scienza, non avrebbe sperato di trovarlo mai.
Finalmente a giorni determinati, col pretesto di andare in volta per scoprire o raccogliere erbe, per consultar questo o quel collega, egli abbandonava il palazzo, esciva tacitamente dalla città, e correva di volo al castello di Pavia, dove le sue visite, accompagnate da una minuta relazione di quanto si diceva o si faceva alla corte di Milano, venivano bene ricevute e meglio pagate. — Fu in una di queste corse ch'egli dovette recarsi a Campomorto ed al castello dei Mantegazzi, ove noi lo abbiamo lasciato.
XXXIV.
Il Conte di Virtù, che nei rapporti co' suoi soggetti fu il più mite tra i principi del suo tempo, persuaso che sul campo e ad armi eguali sarebbe sempre stato vinto da vicini più forti di lui, ebbe ricorso a quelle arti, che più tardi il secretario fiorentino spiegava ai regnanti dicendo che “loro è necessario saper usare la bestia e l'uomo„, cioè la forza e la legge, e che “essendo a ciò necessitati, debbano di quella pigliar la volpe ed il leone[12]„. Forte di questo principio, che egli praticò prima che altri lo insegnasse, mirava a divenire potente, mostrandosi debole; addormentava i suoi emuli, fingendosi alieno da ogni ambizione; e, intanto che la sua spada era oziosa nel fodero, esercitava una importante influenza sugli stati vicini, sollecitando in secreto i partiti, scoprendo o sventando i disegni de' suoi avversari.
Fu tra i primi ad accreditare, presso le corti dei principi amici, gli inviati della sua corte muniti di lettere patenti piene d'ossequio, e d'istruzioni secrete piene di astuzia. — Medicina, ne duole il dirlo, poteva considerarsi da questo lato come un informe abbozzo d'uomo diplomatico. Non gli mancava l'arte di nascondere i fatti proprii e di scoprire gli altrui; di trattare con apparente leggerezza le cose gravi, e di dar aria di importanza alle lievi. Intanto, servendo ed ingannando entrambi i suoi padroni, costringeva la fortuna a versargli i suoi favori a due mani.
Era ben naturale che il Conte di Virtù accogliesse súbito il suo inviato; poichè s'aspettava qualche importante rivelazione. Ordinò quindi che fosse condotto al suo cospetto; e mentre colui s'inchinava profondamente, traendosi il cappuccio, egli, recatosi a sedere sul letto, aperse con lui il dialogo.
“Notizie?„
“Le solite a un dipresso.„