Il ciurmatore, meravigliato di una sensibilità così nuova, desiderava mitigare l'asprezza della notizia, e non sapeva come farlo.
“Mi fa male il vedervi tanto afflitto, o signore„; prese egli a dire.
Si scosse a quelle parole il conte, e dimandò:
“Sai tu i particolari di quest'avvenimento?„
“Una lettera dello stesso messer Maffiolo diretta a sua figlia chiarirà l'arcano. Eccola:„; — e la consegnò al principe.
Pensava tra sè il conte, se quello scritto doveva essere posto nelle mani d'Agnesina, perchè fosse resa consapevole della sciagura dalle stesse parole di suo padre. Ma ciò era forse quanto ucciderla. — Assunse pertanto sopra di sè il carico di informarla, sperando che l'amor suo gli avrebbe suggerito le parole più proprie a così doloroso officio. Ripose la lettera di sotto al giustacuore, ed alzando gli occhi su Medicina, gli disse:
“Ora narra, e con tutta chiarezza, quanto è a tua notizia.„
“Vi parlerò per bocca di un testimonio, che vide quanto era possibile vedere — soggiunse Medicina con una voce sì commossa, che non sembrava più quella del cantambanco. — Fino da jeri mattina alcuni ceffi scomunicati, che appestavano di bargello a un miglio, facevano la ronda lungo la via, dov'è la casa dei Mantegazzi. Messer Maffiolo non mise piede fuori della porta. I vicini, che avevano annasato i birri, cominciavano a rallegrarsi nella speranza, che il buon messere l'avesse data a gambe. Così fosse stato! egli invece era rinchiuso nel suo studio, in mezzo a un monte di carte, che, dicesi, ripassava una per una; questa riponendo, quell'altra gittando alle fiamme. I fanti, vogliosi di far preda, senza dar nell'occhio alla plebaglia, che quando vuol giustizia sa farla in via sbrigativa assai meglio che il capitano, attendevano la notte, per fare il colpo. — Dicesi ancora che Messer Maffiolo informato di tutto, aspettasse l'ora opportuna per cavarsela, e che a ciò corressero intelligenze col vicinato: anzi che vi fosse una scala già pronta, perchè potesse discendere da un finestruolo, e per gli orti scantonare alla sorda. — Tutti sogni della buona gente, che vorrebbe liberarsi dalla pena di compatire e di operare. Non v'era nè soccorso, nè scala, nè tampoco un uomo; nessuno volle risicare la propria per la pelle altrui. — Venne infine quella sciagurata notte. Messere non era mai uscito dal suo studio. Alcuno, che lo vide, attestò che egli era sparuto, scarno, quasi contrafatto, che sedeva davanti al suo stipo, scribacchiando come uno che ha più cose a dire, che tempo per enumerarle. — Un servo tentò distoglierlo da quella occupazione, rammentandogli essere l'ora della cena; egli rispose all'invito chiedendo gli venisse portata una lampada, e tirò avanti nel far correre la penna e nel rovistare le carte. — Quando fu bujo fitto, il servo udì scorrere il chiavaccio alla porta dello studio; e quante volte s'accostò ad essa per agguatare dalle fessure, nulla vide nè udì.„
A questo punto il narratore fece una breve pausa, dubitando che non gli fosse prestata attenzione: perocchè il conte, appoggiata la testa nel cavo della mano dritta, sembrava assorto nei proprj pensieri. Ma quell'istantaneo silenzio lo scosse, e gli fe' levare lo sguardo con tale espressione, che non lasciava dubio che egli provava grande interesse nell'udir quel racconto, ed equivaleva ad un comando espresso di continuarlo, senza dimenticarne alcun incidente. Medicina quindi ripigliò:
“Quando io giunsi in Milano doveva essere all'incirca mezzanotte. Entrando per la porta, udii la tabella ferrata di non so quali monaci dar il segno del mattutino. — Faceva bujo come in gola del lupo: il cielo era rannuvolato; le case tutte chiuse. Non vidi un solo lume ad una finestra, non incontrai un lampione per la via; non udii una pedata che battesse il lastrico[13]. La vostra bella Milano, sì vivace e popolosa durante il giorno, sembrava un sepolcro. — Durai fatica a rintracciare la casa dei Mantegazzi, benchè mi fossi proposto di recarmi a quella del signor Maffiolo, che sapeva essere presso la Torre dell'Imperatore, non lungi dal monastero della Vecchiabbia. Quando misi capo nel terraggio, uno splendore di fiaccole mi fece riconoscere la casa che io cercava. La porta era spalancata, e sulla soglia stava un branco di zaffi, allumando all'ingiro con sospetto. — Scavalcai da lontano per non dar nell'occhio, legai la mia rozza trafelata a un pilastrino; e avanti. — Due di quelle guardie, appoggiate agli stipiti della porta l'una rimpetto all'altra, tenevano le alabarde incrociate. Per verità, non era necessario usar tanta precauzione, perchè al di fuori era un deserto. Sul mio passo le alabarde si rialzarono tosto, perchè il cencioso guarnaccone, lo aveva lasciato sul basto della cavalcatura; e mi mostrai ai soldati col giustacuore fregiato del vostro potente biscione. — Nell'interno della casa era un nugolo di fanti: alcuni appostati agli usci, altri radunati nell'androne. Brillava loro sul volto la contentezza del bottino; e preludiavano l'orgia collo schiamazzo e le sorsate.