“Poni, che tuo padre pensando a te e alle inenarrabili dolcezze che tu gli prepari, vacillasse nel suo proposito. Fra un'ora il carcere, dimani i tormenti, diman l'altro il patibolo spezzerebbero con pari violenza il nostro legame. Ma tu, prima di piangere in te l'orfana derelitta, piangeresti, ed a più calde lacrime, la triste novella, che l'uomo fermo vacillò, che il cittadino libero garrì dall'infame cavalletto a beneplacito de' suoi carnefici; che per lui e per poche ore di vita, cento famiglie sono immerse nel lutto, e riempiono le carceri, o si disperdono nell'esilio. — Tu, degna mia figlia, che sai essere l'onore più prezioso della vita perchè l'uomo disonorato è inerte e fracido come un cadavere, tu non vorresti riavere tuo padre a sì ignominiosa condizione.

“Addio dunque mia dolcissima figliuola: rammemora spesso e con temperato dolore il non del tutto infelice tuo padre: e scolpisci nel cuore queste ultime sue parole. — Abbandona la sventurata nostra città; compiuto il sacro debito di riunire la mia salma a quella di tua madre, ritìrati nel castello di Campomorto, ove un tesoro d'affetti e di memorie ti renderà meno grave la vita. — Ivi sarai l'erede della pietà dei nostri avi; soccorri al povero, e sii ospite generosa a chi fugge l'ira dei tiranni. Non chiedere vendetta, ma persevera nella via della carità e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla medesima meta. — Se un giorno diverrai madre, possa tu essere felice ne' tuoi figli, come io lo fui in te. Allevali nel timor di Dio e nella carità verso la patria; e quando essi ti chiederanno che avvenne dell'avo, dirai loro egli vi ha abbandonato troppo presto, ma il fece per legare ai suoi figli il più ricco tesoro: il patrimonio dell'onore.

“Addio di nuovo, mio angelo. Io invoco su te la benedizione del Cielo; e m'addormento in un tenero abbraccio che t'invio dal fondo del cuore, per risvegliarmi lassù, dove un giorno ci rivedremo.„

XLI.

Povera Agnese, povera fanciulla!... Ella provava un accoramento straziante, uno spasimo senza tregua, un coltello nel cuore, ma non un dolore disperato. La donzella aveva perfettamente compreso la grande idea di suo padre. — Nella sua morte stava il trionfo della austera virtù del patriota e lo smacco de' suoi nemici. Ella lo piangeva come si piange il soldato morto sul campo. — Perchè questa nobile rassegnazione non sembri nè nuova nè romanzesca, chiedete ai parenti orbati dei figli, alle spose vedovate dalla guerra, se non è consolante il pensiero, che i loro cari perirono pugnando per una nobile causa!

Durante il corso di quella lettura due sentimenti diversi, se non opposti tra loro, si disputavano l'impero sul cuore della fanciulla, e svelavano le vicende di quell'interna lotta sui tratti del suo volto. L'uno era un sentimento egoista e tenace de' proprii interessi che reclamava agli uomini ed a Dio la vita e l'affetto di suo padre: l'altro, il nobile orgoglio di potere col sacrificio e col dolor rassegnato cooperare alla grande impresa del più nobile fra i cittadini. Quello chiedeva lacrime e sospiri; questo si velava sotto le apparenze di un contegno austero, che avrebbe potuto sembrar freddo, se non fosse stato sacro e sublime.

Asserendo che in quella lotta prevalse quest'ultimo sentimento non vorremmo per certo accusare Agnesina di poco amore verso suo padre. — Le strida ed i contorcimenti spesse volte sono come certi acquazzoni che riconducono tosto il bel tempo. Che se al dolore di donna convengono lacrime e singhiozzi, al cuore d'Agnesina non disconveniva in quel punto l'armarsi di una forza virile, per serbare contegno in faccia al conte; libera poi d'erompere nelle più vive manifestazioni del dolore, quando sarebbe sola. Oh allora l'infelice non fu avara di lacrime!

Anche nell'animo del conte quello scritto aveva operato un grande rivolgimento. — Se vi era necessità d'altri fatti per rassodare in lui lo sdegno contro Barnabò, questo sarebbe stato il più grave ed efficace. È impossibile ottenere un equa valutazione delle opere altrui da un giudice che non ha libero il cuore. Egli non sa, o non vuole, o non può, riconoscere le nude intenzioni e le cause prime, che generarono un fatto, per misurare quanto è dovuto di censura e d'indulgenza al suo autore. I risultati, ancorchè impreveduti, temperano od aggravano suo malgrado la colpa. — Il conte pertanto vedeva nella morte di Maffiolo non la salvezza di un secreto importantissimo, ma la perdita di un amico, la sconfitta di un partito, il ritardo delle sue vittorie. Quello scritto gli faceva conoscere l'importanza dell'amicizia di Maffiolo, il numero e la potenza de' suoi seguaci; ma solo per fargliene deplorare la perdita. Considerava infine, e non senza gravissimo rammarico, la desolazione e l'abbandono di Agnesina e la sua vita minacciata dal soverchio dolore: tutto ciò rimpiangeva quale cagione d'altri inevitabili mali. — E come colui, che dopo aver veduto poggi e campi devastati da una fiumana, risalendone il corso fino alla fonte, la maledice ancorchè placida; così, ed a più forte ragione, il conte, rimorchiando le sue ire su quel corso di sventure, ne riconosceva la malefica sorgente in Barnabò, ed imprecava contro di lui.

Però, come altra volta si è detto, la sventura esercita sui cuori gentili un'azione depuratrice. Per essa l'uomo diviene giudice meno parziale dei proprj sentimenti; apprende a farli tacere se meno onesti; a moderarli se intemperanti. — La catastrofe, che abbiamo narrato, produsse appunto tale effetto sull'animo del conte. Se il suo amore per Agnesina, prima di conoscerne la disgrazia, era tale che poteva, in mezzo agli ozii di una beata tranquillità, trarre con sè le funeste conseguenze di una passione; nella sventura si rassodò, si rese puro, assunse il carattere di un affetto sacro e soave, docile alla ragione, cupido solo di giovare, nel senso più saggio della parola, alla persona amata.

Altro effetto produsse sulla buona Canziana. Non aveva ella bisogno d'apprendere ad amare la sua diletta fanciulla. Quando fu chiamata ad ascoltarne la disgrazia, ella accorse co' suoi presentimenti, e pur troppo questa volta li trovò soverchiati dalla realtà. Il racconto la colpì sulle prime come una scarica elettrica, che ottunde la ragione, e genera un'attonitaggine più strana che dolorosa. Udiva le parole del narratore con una fisonomia istolidita dalla sorpresa, e le frammezzava di interjezioni tronche e pietose, ma quasi insulse. Nell'ascoltare la storia di tante ribalderie e di sì grande virtù, ella sclamava inconsapevolmente: — “O Madonna santissima, che sento io mai!... possibile?... o che furfanti!... o che uomo eccellente! Dio abbia pietà di lui, di loro, di noi!...„