“Io non oserò certo accostarmi più al vostro castello, se dubitassi che la mia presenza fosse discara alla sua nobile abitatrice.„

“Può essermi discaro, o principe, l'onore d'accordarvi ospitalità?„

“O Agnesina!„, sclamò involontariamente il conte con uno di quei vocativi accusatori.

La fanciulla non levò il capo su lui, e pur s'accorse d'essere investita da uno sguardo, che aveva il valore della più libera dichiarazione. Ma il conte ripigliò súbito la parola, quasi volesse rompere l'incanto di un involontario moto dell'anima.

“Quando il principe esce dalla casa di un suo vassallo, da cui ottenne le migliori prove di fedeltà, egli suol dargli licenza di chiedere una grazia. — Tale è il costume della mia corte. — Ora nel momento di abbandonare questo soggiorno, il Conte di Virtù interroga la nobile castellana: avete voi qualcosa a dimandargli?... Qualunque essa sia, si reputerà felice d'assecondare la vostra preghiera.„

“Mio principe — rispose la donzella, alzando questa volta su lui gli occhi senza temere di mostrarli umidi di lacrime — ricordatevi di mio padre e delle sue parole....„

“Vi giuro che non le dimenticherò per tutta la vita„ — soggiunse il conte con franchezza; e intanto stese la mano a cercar quella d'Agnesina, che strinse cortesemente. Fu in questo punto che la coppia si presentò allo sguardo dei curiosi, nella corte d'onore: e fu sotto l'impressione immediata di tali parole, che brillò sul volto d'entrambi quell'espressione di melanconica dolcezza, che non sfuggì nemmanco agli occhi di quei vulgari osservatori.

XLV.

Sull'orlo della gradinata, da cui si dominava quella moltitudine d'uomini e di cavalli, divisa, nel modo che il lettore già conosce, il conte ravvisò la lettiga, che, dietro ordine del medico, era stata spedita da Pavia pel suo trasporto. Accorreva egli stesso l'Esculapio, poichè dove tutto già fosse in ordine, ei pur voleva aggiungere del suo; e, per non starsene colle mani a cintola, s'affannava a disfare ciò gli altri avevano fatto. Perciò in attesa del principe, rimproverava i lettighieri pel modo con cui avevano caricata la portantina; e qua faceva stringere le cigne, là allentar le tirelle, accompagnando ogni atto manuale di coloro con un crollar del capo in aria di compassione; cui i lettighieri rispondevano sotto voce con qualche bestemmia. — Assestato il tutto a modo suo, raccomandò loro la prudenza, e cent'altri riguardi da mettersi in pratica in quella spedizione. — “E guai a voi, disse egli alzando il dito in tono di minaccia, se oserete far levare il trotto alle bestie; chè ne andrebbe in pericolo la salute del principe.„ — Il quale avvertimento era dettato da zelo pel suo padrone, e più ancora da carità verso sè stesso; poichè l'onore di cavalcare al fianco della lettiga principesca voleva questa volta goderselo a tutto agio.

Quando apparve il principe, gli andò incontro; e fu accolto per verità come un mal capitato. Alla vista di colui, che per zelo della sua carica gli offriva il braccio a discendere, il conte balzò con tutta agilità dalla gradinata, e si perdette fra la calca de' suoi scudieri. — Quivi, senza molto riflettere, tolse dalle mani di un paggio le redini di uno de' più focosi giumenti; in un salto lo cavalcò, e stringendolo ai fianchi coi ginocchi, lo spinse corvettando fuori di quella pressa, lasciando dietro a sè una doppia fila di visi attoniti. Dall'alto dell'arcione potò girare l'occhio indietro, vedere Agnesina, fissarla, avere da lei in ricambio uno sguardo, più del solito, fermo e penetrante; indovinarne la sorpresa, l'affetto, la commozione. Lesse sul volto di lei la storia de' suoi secreti; misurò la profondità de' suoi dolori; comprese che in quel mistero di gioje e di lutti egli aveva la sua parte, e non l'ultima. Quello sguardo dava compimento alle frasi interrotte, a tante reticenze inesplicabili, ai molti sospiri.