CAPITOLO SETTIMO

XLVI.

Quando il Conte di Virtù scese dalla gradinata per isfuggire alle sollecitudini d'Esculapio, ed afferrò il primo cavallo che gli venne alle mani, egli si era impadronito del mezzo di trasporto destinato ad uno de' suoi cortigiani. — Questi non reclamò per certo la roba sua; ma seguendo il modo del principe, alla sua volta mise la mano sulla cavalcatura di uno scudiero; e lo scudiero su quella di un servo; così che tutti ebbero un arcione, e nessuno il proprio.

Anche il cavallo d'Esculapio, simile alla vecchia rozza dell'Apocalisse, povero spolpato animale, che, dopo avere consumata una balda gioventù in non so quante battaglie, vivottava nella stalla del medico, dividendo con un somaro un sobrio lavoro ed un più sobrio cibo, fu in quella fretta requisito e montato da un famiglio, il quale pel suo officio doveva precedere il corteggio e tenere spazzata la via da checchè per accidente le recasse ingombro.

Il povero animale non poteva capitar peggio; quando sentì battersi sul sedile dell'arcione con un vigore tutto nuovo, e s'accorse che chi l'inforcava non aveva il peso solito, nè la solita flemma, avrà maledetto la sua trista sorte. Abituato da una dozzina d'anni ad avere dal suo cavaliero un triplice avviso prima di mettersi in movimento, aspettava il primo segnale; e intanto alzava il capo, abitualmente inclinato come se fosse al pascolo, e torceva il collo, componendo il muso ad una smorfia, da cui escirono uno sbruffo ed un versaccio, che non era nè raglio nè nitrito. Ma altro che la voce e la misericordia del vecchio padrone! Una furia di spronate gli crivellò i fianchi, il flagello gli fischiò all'orecchio, e lo invase in tutte le parti del corpo con una salva di percosse così rapide e sonore, che pareva impossibile fosse il lavoro di una mano sola. — In quel frangente l'antico spirito guerriero gli si risvegliò, non già per rispondere all'invito sbuffando, mordendo il freno e pigliando la carriera, sì bene per ribellarsi a colui che violava i vecchi patti. Acciecato dallo sdegno, invece di muoversi, puntò le zampe anteriori, e diede più volte il groppone a leva, spingendo fuor di sella il cavalcatore. Fortunatamente però in quel capo ostinato viveva ancora un'altra memoria; quella dell'esistenza di certi uomini ancor più tristi e testardi, che non si lasciano smovere da simili proteste, e che quando pure fossero buttati nella polvere, avrebbero l'ardire di rilevarsi per ritornare al cimento. Nella sua gioventù ne aveva fatte più d'una volta la prova, sempre con danno proprio: per cui, tutto ben considerato, pensò esser meglio far patta del ricevuto e rassegnarsi al resto. — Così fece; e, ravvivando gli ardori giovanili, improvisò un galoppone tanto disunito ed incomposto, che il cavalcatore ne dovette serbar memoria per un pezzo.

Esculapio, mentre si violava la sua proprietà, aveva eseguito la prima parte del suo officio. Stava egli sur uno scaglione del vestibolo atteggiandosi ad una curva mirabile, che voleva significare il più ossequioso inchino, allorchè il principe gli fuggì. In questa postura non s'accorse di restar solo; poichè, col capo basso e gli occhi socchiusi, masticava in quel punto, a voce sommessa, un complimento in latino, composto e studiato il giorno prima. Rialzandosi e trovando d'essere solo, girò lo sguardo meravigliato; vide che la folla dei cavalieri si agitava; riconobbe infine il suo illustre cliente che dall'alto di una montatura dava il cenno della partenza. Lo zelo della sua carica lo consigliava ad accorrere a lui ed a tentare di distoglierlo dalla pericolosa impresa; e non gli sarebbero mancati a ciò i più sonori aforismi e le più devote preghiere. Ma un antico dettame della prudenza, studiato a suo mal costo in una lunga pratica del vivere coi grandi, gli aveva fatto apprendere a lasciare che l'acqua corra in giù, perchè “Dio vede e provede„: verità cotesta a lui famigliare e carissima, colla quale corroborava la coscienza le troppe volte che, trovandosi impacciato co' suoi infermi, li rimetteva alle cure della providenza, e all'uso dell'acqua di fonte.

Discese però dalla gradinata con un'aria frettolosa, che si esauriva in mille inutili movimenti della persona. Giunto dove la folla gli chiudeva il passo, comandò, chiese, pregò che gli si facesse largo. Ma dagli scudieri e dai fanti, che in altro momento avrebbero mostrato un gran rispetto per l'uomo della scienza, non ebbe in quel punto nè attenzione nè cortesia: onde gli fu forza aprirsi una strada fra quegli ingombri, spingendo in mezzo ad essa la sua grave mole, come si fa correre una barca carica fra le dune. Durò quel gioco, fin quando, entrato anch'egli nella via di chi difilava, non trovò più alcun ostacolo alla libertà de' suoi movimenti. — Se non che, la foga dei cavalli e dei cavalieri era sì grande, la direzione che essi avevano presa sì fissa, che riesciva impossibile attraversarne la corrente, e bisognava lasciarsi trasportare chi sa dove. — Se prima aveva chiesto in favore di lasciargli un po' di spazio per muoversi; ora supplicava per pietà d'accordargliene quanto bastasse ad arrestarsi onde avere il respiro. E all'uno con una voce affannosa chiedeva conto della propria cavalcatura; all'altro intimava che si avesse riguardo anche a lui, “non famiglio, non servo, ma...„ e qui sfoggiava il suo nome e i suoi titoli con quel far del grande a sproposito, che rende scusabile l'altrui irriverenza.

Ben comprese allora il pover'uomo come il suo favorito proverbio, sì tonico e confortante quand'era applicato ai mali altrui, divenisse sterile trattandosi dei proprii. Nondimeno, per non essere più a lungo vagliato da quell'onda di gente, meglio che le parole gli giovarono i gomiti, abilmente manovrati. — Escì pertanto da quella pressa, ma un po' malconcio; press'a poco come un virgulto passato pei vortici di un torrente e ricacciato a caso sulla riva. Abbrancò il primo oggetto solido che gli venne alle mani, e, stretto a lui, riebbe finalmente l'equilibrio, il respiro e più tardi la parola.

“Dove è Bucefalo, disse egli appena potè parlare; il mio cavallo dove è?„

La persona, cui egli si era avviticchiato, era un mozzo: un buon uomo, servizievole all'uopo, ma in tutt'altro genere di cortesia, che non era quella richiesta al momento. Onde fu grazia se non cercò in quel punto di liberarsi di un carico, che non era pagato a portare.