Agnesina si condusse, o meglio si trascinò incontro al corteggio, reggendo gli spiriti colla forza della volontà, e facendo violenza al suo dolore pronto ad erumpere in un pianto convulso. Ma quando vide da lungi la folla, e distinse il carro funebre che la dominava, provò una stretta al cuore sì repentina e dolorosa, che credette morirne. — Una vertigine rapida le attraversò la mente; e, rotto d'un tratto il filo delle idee, vi sparse un bujo improviso. — Non sapeva dire a sè stessa se gli occhi perdevano la facoltà visiva, o se gli oggetti circostanti le si dileguavano dinanzi. Il suolo pareva mal sodo ed oscillante. Mille suoni le ferivano l'orecchio, e vi si confondevano in un tintinnio doloroso. Appena ebbe tempo d'interrogare sè stessa, se il mondo si sfasciava, o se ella moriva. Ma la crisi fu passaggera, tanto che soltanto se ne avvide l'affettuosa compagna, la quale a quel pallore e all'arrestarsi subitaneo, prevedendo che potesse accadere, stese un braccio a sorreggere la dolente, e le disse piano all'orecchio — “coraggio, mia figliuola.„

Agnesina infatti ritrovò sùbito la sua fermezza. Ridonato l'equilibrio ai sensi ed alle facoltà, proseguì il cammino fino ad incontrare il convoglio. Passando vicino al carro, sollevò un lembo del velo che copriva il feretro, lo baciò, e lo inumidì delle sue lacrime; compiendo quest'atto colla sobrietà dignitosa che si addice ai veri e profondi sentimenti. — Quando ebbe raggiunto la folla, volle confondersi con essa; ma la turba riverente le fe' largo; unico atto d'ossequio, che in quel punto poteva essa porgere alla nobiltà della persona e al più nobile prestigio della sventura.

Quando il convoglio giunse a Campomorto, ed entrò nel castello, la corte era stivata di gente come il giorno prima: ma quanto ne era mutato l'aspetto! Quanto è più solenne lo spettacolo del dolore, che non quello del fasto!

Il resto di quella cerimonia seguì così mestamente com'essa era incominciata. Tutto fu decoroso e solenne, perchè tutto era spontaneo; perchè il più bell'apparato consisteva nel numeroso accorrere dei fedeli, nella concorde loro pietà, nell'unanime compianto.

Agnesina, a tante prove d'affetto, sentiva crescersi le forze necessarie per reggere fino all'ultimo. — Vide calar il feretro dal carro e trasportarlo nella chiesuola; assistette alle preci dei sacerdoti e a quelle dei fedeli, vide piovere tre volte sulla bara la rugiada d'acqua benedetta; e coll'occhio e col cuore franco d'ogni umana debolezza, lo accompagnò nell'estremo suo passaggio alla cella mortuaria; davanti alla quale venne per l'ultima volta invocata la requie eterna dei giusti su lui e sulla compagna, che vi riposava da oltre tre lustri.

Ma avviene sovente, che assistendo allo sviluppo di un fatto, di cui è impossibile il non prevedere la fine, ci lasciamo vincere da circostanze, che pure dovevano essere accolte da noi come una conseguenza od un accessorio di quanto già conosciamo. — Così fu questa volta. Agnesina aveva subíto tante e ben difficili prove; e ne era escita trionfante. Da quando ricevette l'ultimo addio di suo padre, tutto in lei e per lei era stato dolore. Eppure superava sè stessa, e al crescere dell'avversità, senza far violenza alla delicata fibra del suo cuore, sapeva rinvigorirlo d'una coraggiosa fermezza. Ma un fatto, a cui doveva necessariamente assistere, il cui carattere speciale era quello d'essere l'ultima parte della mesta cerimonia, le fece perdere il frutto di tanta costanza.

Compiuto il rito, il popolo sfilava dalla chiesuola, e i manuali accorrevano per calare il coperchio dell'avello. Quella operazione produsse sull'animo della fanciulla un effetto non doloroso ma terribile; le parve che una voce spaventevole le annunciasse la inesorabile parola: tutto è finito. — Lo strazio, che ne provò, fu sì acuto e crudele, che non potè sopportarlo: e prima che invocasse un'altra volta l'ajuto delle sue forze, queste l'avevano abbandonata del tutto.

E perchè ciò? Fin tanto che quella spoglia era sotto a' suoi occhi, il pio officio d'accompagnarla, di vegliarla, di pregare per essa era il séguito delle cure affettuose che la figlia prestava al genitore. Quell'avello di marmo chiuso e suggellato dallo stesso suo peso, glielo toglieva per sempre. Da quel punto, ella sentì tutto il dolore d'essere orfana e sola sulla terra. Se nell'estasi delle sue religiose aspirazioni l'aveva per un istante dimenticato, quel fatto glielo rammentò crudelmente. — Questa è cosa che vediamo ogni giorno. Quante persone addolorate, che con pietà pari al coraggio raccolsero l'ultimo respiro di un diletto morente, cadono in un eccesso di dolore disperato, quando l'inerte spoglia vien tolta dalla coltrice, o trasportata dalla casa! Quanti non reggono alla vista di veder buttare su di essa, quasi fosse un oltraggio, la prima palata di terra!

Agnesina fu trasportata priva di sensi nelle sue stanze e deposta sul letto. — Accanto ad essa, coll'amorosa trepidazione di una madre, vegliava la governante; e intanto che faceva prova di cento rimedii, pregava il cielo, e piangeva a calde lacrime, poichè poteva farlo senza essere veduta. — L'ultimo dei farmaci ebbe il merito della riescita; quel merito che a nient'altro era dovuto, fuorchè ad una spontanea crisi indotta dalla robusta costituzione dell'inferma.

Quando Agnesina ricuperò i sensi, il giorno volgeva al tramonto; ma la luce era scemata, non tanto dall'ora tarda quanto da un uragano, che si scatenava improviso e terribile. — Ad un'anima già oppressa da tanti dolori, quello spettacolo era un fatale sopracarico di mestizia. Ma Canziana, nel vedere tornare alla vita la sua diletta padrona, respirò liberamente; e rinviate le lacrime, che da qualche ora trovavano facile corso dal cuore agli occhi, ringraziò il Signore, che aveva esaudito le sue preghiere.